domenica 31 ottobre 2010

E vissero tutti felici e occupati

Mentre mio marito russa placidamente come un trombone in salotto, dopo essersi interstardito a guardare fino alla fine un pallosissimo film sulla Grecia antica (e ci è riuscito), io colgo gli ultimi attimi prima di andarlo a prelevare dal tappeto per portarlo a dormire (sì avete capito bene, si stende spesso sul tappeto per via del mal di schiena, mentre il cane tenta di leccargli il viso). Perché per tutta la giornata mi ronza in testa quest'unico pensiero, ispirato da un articolo letto brevemente questa mattina prima di uscire: ma quante barzellette bunga bunga ci raccontano? Leggete questo pezzo dal blog di Rosario Amato per farvi due belle risate (o per scoppiare in lacrime, vedete voi). L'avete fatto? Bene, mi pare di udire in lontananza l'eco del vostro vociare, ridacchiare, sgnignazzare, singhiozzare, forse anche sbattere la vostra povera fronte sulla tastiera del pc. Per chi invece non avesse tempo o voglia, lecito d'altronde, sintentizzo io per voi il pezzo che mi ha fatto drizzare i capelli meglio della presa elettrica: quando il nostro zelante e affacendato Istat raccoglie i dati sull'occupazione nel nostro paese, pecca paurosamente di ottimismo e magnanimità. Decide, non so ancora bene come ma voglio scoprirlo, che per dimostrare che il bicchiere è colmo, anzi trabocca, basti un'inpercettibile goccia, un'infima gocciolina di sputo potremmo dire. Allora quando vi chiede se siete occupati, non solo non vuole saperne di contratti di lavoro, ma neppure di orari, basta che abbiate svolto qualcosina retribuita nell'ultima settimana. Questo significa che, se per puro culo avete fatto da babysitter alla vostra adorata cuginetta di due anni l'altro weekend, e vostra zia impietosita dalla situazione vi ha sganciato 10 euro (perché anche lei è messa male, poveretta), siete a posto. Evviva evviva, siete occupati! E l'Istat, molto pignolo, vi catalogherà tra i lavoratori, e che cavolo. Direi che è una soluzione fantastica per redigere un preciso report sulla situazione italiana. Poi chi se ne frega del lavoro sommerso e tutto il resto, basta così, non approfondiamo la questione. Certo che la babysitter di turno potrebbe anche esser colta da un certo entusiasmo e chiedersi come mai fino ad ora sfogliava freneticamente gli annunci di lavoro fino a diventar cieca. Pur solidale con lei, direi che si può fare di meglio.
Ora mio marito si è svegliato e mi urla di seguirlo a letto, quindi mi fermo qui. Mi fa sorridere però la recente battuta di Tremonti di fronte ai dati sull'occupazione più recenti e aggiornati. Dice: "Condivido". Ma che significa? Su Facebook?

martedì 26 ottobre 2010

Uomini che lavorano (chi più, chi meno) - 1

Nella mia modesta esperienza, potrei dividere gli uomini che lavorano essenzialmente in due gruppi (cosa che mi sembra molto sciocca quanto divertente): il gruppo 1, di cui fanno parte uomini di successo (a me non piace questo termine, mi sa molto di società americana capitalista, ma è per dare l'idea) e il gruppo 2 che comprende quelli più sfigati (neppure questo termine mi piace, ma lo utilizzo sempre per lo stesso motivo). Un gruppo intermedio fatico a trovarlo, almeno tra le mie amicizie, conoscenze, i sentito dire e gli ex colleghi. Nel gruppo 1 ci sono uomini provenienti da famiglie cosidette per bene, che hanno sostenuto e incoraggiato la carriera dei figli e che molte volte hanno spianato loro la strada dall'inizio. Non sempre questo successo è del tutto meritato, in alcuni casi è il frutto di un nepotismo tipicamente italiano e talvolta queste persone, magari ricche sfondate, hanno sacrificato la loro personalità per un posizione sociale di riguardo e quindi da qualche parte, nella loro vita, si annida una certa dose di infelicità (che non ammettono pubblicamente e certe volte neppure a se stessi). Alcuni hanno una vita privata tragicamente inesistente oppure tragica e basta. Un'esigua minoranza è davvero felice (con alti e bassi ovviamente, ma fa parte della vita), si gode la famiglia e il lavoro e ne è orgogliosa. Questi uomini hanno di solito una moglie altrettanto felice e soprattutto realizzata, mai una carrierista. Nel gruppo 2 ci sono infinite sfumature, ci sono i precari, i disoccupati, gli idealisti, i lavoratori sottopagati e sfruttati, i single disperati, gli artisti incompresi, i piccoli imprenditori falliti e via dicendo. Inutile dire che sono una fan sfegatata di questi ultimi e quasi tutti sono miei amici o ex colleghi con cui mantengo i contatti. Mio marito conta amici sia nel gruppo 1 che nel gruppo 2, ma alcuni del gruppo 1 sono frequentazioni assidue (si incontrano una volta alla settimana per i giochi di ruolo, cascasse il mondo). Mio marito però è una categoria a parte (lo so che sembra scontato e molto imparziale...) anche perché fa un lavoro che adora e in cui se la cava molto bene e allo stesso tempo ha molto tempo libero a disposizione e una marea e mezza di vacanze. Non viene divorato da grosse ambizioni se non godersi pienamente la sua vita privata e sperperare soldi in viaggi e acquisti avventati (tutte caratteristiche che amo, a parte qualche tensione sugli acquisti). Quindi mi capita talvolta di trovarmi alle prese con diversi esponenti del gruppo 1. Tutti hanno circa due marmocchi a testa cimentandosi in una specie di gara tra loro sulla riproduzione. Per loro ci sono tappe imprescindibili nella vita che non si sono mai preoccupati di analizzare e che sono carriera - soldi - matrimonio - figli. Se qualcuno non sembra baluardo di queste tappe o non segue l'ordine viene sempre trattato con sospetto misto ad un pizzico di curiosa simpatia, come a dire "Eh eh sei divertente ma non hai capito nulla della vita (o non sei reale ma solo il frutto della mia immaginazione)". Uno degli ultimi ritrovi al quale ho partecipato era una festa di compleanno, ed eravamo in pochi. Partiamo sempre svantaggiati io e mio marito perché non avendo figli per noi gli orari nel weekend sono solo un triste ricordo dei giorni feriali. Per loro un leggero ritardo è il preambolo della fibrillazione, riusciranno a tornare a casa in tempo prima che i bambini inizino a strillare posseduti dal demonio? Quindi arriviamo in ritardo e ci troviamo di fronte allo scenario di sempre: simpatici bimbi che giocano e saltano nel pieno delle loro energie vitali, adulti stremati che tentano di infilarsi in bocca un pugno di cibo e ti lanciano un'occhiata che dice "Eh eh sei divertente ma non sai cosa vuol dire avere figli e non cadere vittima di un attacco isterico durante il weekend (ma quando ti deciderai anche tu a far parte del nostro collasso collettivo?)". Tento di intavolare una conversazione col mio vicino di sedia, un tempo vivace interlocutore e ora ridotto ad un cumulo di materia organica ancora in leggero movimento. Percepisco dallo scintillio dei suoi occhi che vorrebbe comunicare come una volta, nonostante la mutazione in cyborg sia quasi completata. Ma sua figlia sta cercando di accecare la figlia dell'amico con una forchetta di plastica e sua moglie sta calmando le coliche dell'ultimo nato, per cui sarà lui a dover intervenire lasciandomi a metà di una frase (che poi non riuscirò più a concludere) e tra le urla generali. Nessuno riuscirà a fare un discorso più lungo di una manciata di secondi senza doversi interrompere e perdere il filo per sempre, oppure biascicherà qualche sillaba destinata a perdersi nella confusione. Ad un certo punto quello che non è ancora riuscito a proferir parola, un grosso esponente del nepotismo tipicamente italiano, improvvisamente si stacca dal divano nel quale era incollato fino a quel momento e stringendo il suo piccolo tra le braccia in un raptus euforico d'incoscienza esplode: “Vediamoci tutti domani mattina in piazza per un caffè, sarà una giornata piena di sole!” La moglie, che da un bel po' stava raccogliendo un rigurgito di cibo che si espandeva dalla tutina della bambina alla tovaglia, si rianima come folgorata e lo zittisce subito. Gli ricorda che il giorno dopo avrebbe dovuto recarsi in ufficio almeno un paio d'ore (stiamo parlando di una sonnolenta domenica mattina di settembre) e quindi lui sarebbe dovuto rimanere assolutamente a casa a badare ai figli. Conclude delegandogli una serie infinita di incombenze. Il poverino si riaccascia sul divano, sguardo nuovamente fisso sul gigantesco televisore (sempre acceso in queste serate tra amici con prole nella speranza vana di ipnotizzare almeno qualche piccino e diminuire la confusione, che invece si incrementa). Nessuno sembra essersi accorto delle sue parole, un amico stava estraendo la bambina incastrata sotto il tavolo e un'altra allungava un puzzolentissimo pannolino traboccante feci innocenti verso il marito all'altro capo del tavolo e sotto il naso di noi commensali. Poi lentamente arriva l'ora X, di solito le 21.30, tempo di andarsene e mettere finalmente i bambini a letto. Le madri sono impegnate a riordinare il campo di battaglia, si danno consigli sui figli, racimolano i giochi, riempono borsoni di indumenti infantili e bambolotti, qualcuna scopre con ansia una sospetta e improvvisa influenza sulla faccia del figlio, che fino ad un minuto prima era impegnato nel pieno del suo vigore ad arpionarci con un arto di dinosauro. Gli uomini colgono al volo questa possibilità di mettere insieme i frammenti dispersi di conversazione e discretamente si appartano, sperando di non esser sorpresi sul fatto, a parlare sotto voce tra loro e quasi sempre di lavoro. Bisbigliano lamentele sull'inefficienza di qualche dipendente, sulla bastardaggine di qualche pezzo grosso, sulla fitta agenda di impegni per la settimana dopo, si lodano delle proprie vittorie nonostante tutto, illuminandosi in viso come i loro bambini, si voltano verso le mogli indaffarate e le accusano bonariamente di qualcosa, quasi sempre di spassarsela alle loro spalle. Intanto qualche bimbo è caduto in coma tra le braccia della madre, allora il ritmo diventa incalzante verso l'uscita, ci si sussura brevemente un saluto per non svegliare il piccolo che potrebbe inferocirsi e la serata si conclude così, senza essersi detti nulla tutto sommato, senza esser riusciti a stare veramente insieme e senza sapere quando ci si rivedrà.
Getto un'ultima occhiata al salotto che ci ha ospitato, rintraccio in pochi secondi tutti gli indizi che parlano dell'uomo di casa e del suo stipendio. L'enorme televisore che dipinge ancora la stanza dei suoi colori e delle sue forme, ora ammutolito, sarà costato come il nostro viaggio in India durato un mese.

lunedì 25 ottobre 2010

Tutta colpa dei disoccupati

Lo sapevo, prima o poi qualcuno doveva dirla, la verità: è tutta colpa dei disoccupati se non hanno lavoro in un paese così florido come l'Italia! Hanno sbagliato loro, sporcaccioni, ad impelagarsi con lavori qualificati, in cui come minimo ci vuole la laurea.
Così tuonano gli articoli di diverse testate, come questo, sottolineando quanto lavoro ci sarebbe se solo ci si sforzasse di essere più umili e si accettassero finalmente lavori artigianali come il falegname, il panettiere, il gelataio e così via. Insomma pare che i famosi dati sull'occupazione, che negli ultimi tempi hanno scattato una fotografia leggermente più realistica del nostro paese (sicuramente a causa di qualche maledetto sinistroide facinoroso), avvicinandosi pericolosamente al vero, abbiano innescato l'allarme. E allora improvvisamente spuntano altri dati, questa volta a firma della Confartigianato, che denuncia una miriade di posti (ora non ho manco voglia di andare a guardare con esattezza i numeri) rimasti scoperti, colloqui di lavoro andati deserti, piccole medie imprese artigiane in cui regna un angosciante silenzio per la mancanza di dipendenti, e tutto questo per i soliti quattro fannulloni italiani che non han voglia di rimboccarsi le maniche ma son solo capaci di piangere tra le braccia di mammà. Nessuno vuol più fare questi lavori, ma com'è possibile? Si chiedono tutti, sgomenti, quando ci hanno rotto le palle fino a ieri con i dati sui laureati in Italia, e ci hanno accusato di essere all'ultimo posto in Europa. Com'è possibile che tutti si siano catapultati tra le file degli atenei, dei dottorati, dei master quando il posto di panettiere ce l'avevano sotto casa? Come mai non si riesce ad esser più umili, meno ambiziosi e ad accettare la realtà dei fatti, che fare il marmista o il falegname è una gran bella cosa? Sarà, ma come la mettiamo con tutte le esigenze, i bisogni, finti o meno, i mutui, le rate che ci hanno convinto attanagliarci per tutta la vita? Vogliamo avere la casa, due cellulari, il computer, Sky, il palmare, un bel Suv utilissimo a Milano, il navigatore, la Tv al plasma, l'Ipod e tanti altri bla bla bla. E qualcuno ci crederebbe se gli dicessimo che sfornando due babà e tre pizzette riuscirebbe a cacciar fuori i soldi per tutto questo, magari anche con due bimbetti da sfamare? In effetti sì, è vero, anch'io spesso mi sono sorpresa ad invidiare il caldaista, ad esempio, che l'altro anno ha voluto stroncare con la sua fattura ogni nostra aspirazione vacanziera, l'idraulico, che anni fa per ripararci una manopola con mezz'ora di lavoro ha preteso quasi la metà del mio stipendio (e da allora ci teniamo il bidè rotto, tanto ne abbiamo un altro e speriamo che quello regga). Non mi sembra tanto facile (scusate il disfattismo) per me, ora come ora, diventare idraulico o caldaista e per la verità non conosco bene neppure il percorso da intraprendere, posso solo immaginarlo, per non parlare dei miei già falliti tentativi di cambiare lavoro. L'infermiere? ma sono tre anni di studi, se tutto va bene. Il cuoco? ma conosco diverse persone a spasso e che da anni non trovano lavoro, a dispetto dei dati di Confartigianato. Il muratore o l'estetista? Stesso discorso, conosco anzi molte persone che invece sono costrette a lavorare in nero, ecco perché forse qualcuno si è confuso al momento di stilare i dati.
Meno male che Guerrini, Presidente di Confartigianato, ci fa un favore e tenta di essere più obiettivo in questa intervista, sbattendoci in faccia la realtà: è inutile studiare e specializzarsi in un lavoro intellettuale se non vuoi rimanere disoccupato fino alla pensione (che tanto non avrai mai), meglio puntare su un dignitosissimo lavoro manuale (fa presto a parlare lui, che a manipolare i bigliettoni deve avere una certa dimestichezza). Poi vacilla verso la fine, accostando la disoccupazione giovanile al pericolo delle organizzazioni criminali, che sa un po' troppo di fiction Rai con don Matteo.

Ora vado a rileggermi la classifica dei mestieri snobbati, perché sotto sotto temo di vedere anche il mio...

domenica 24 ottobre 2010

Donne onlus - 2

(Ovvero quando il volontariato fa anche bene)


In realtà avevo preparato tutt'altro tipo di post, ora relegato tra le bozze. Viste però le novità degli ultimi due giorni, non sono riuscita a trattenermi e sono ancora in vena di donne onlus.
Proprio ieri sera io e altre tre amiche volontarie abbiamo organizzato una delle nostre frequenti riunioni serali attorno al tavolo di un pub, tra patatine fritte grondanti olio e colesterolo e verdure grigliate (siamo tutte vegetariane). Immancabile la compagnia di qualche buon bicchiere di birra, bevuto sempre con discrezione per via dei controlli di polizia ormai disseminati ovunque (e anche per il nostro buonsenso comunque). Sono persone a cui voglio bene e con cui i contatti, nonostante gli strenui tentativi della famigerata signora K. (vedasi il precedente Donne onlus), non sono mai scemati. Sono amicizie che si basano sul volontariato per gli animali e quindi sull'amore e gli sforzi che si fanno per loro, rinforzate dalla soddisfazione, colma e impagabile, di aver salvato insieme la vita di alcune meravigliose creature risparmiandole da fini orrende . E' sempre molto appagante respirare quel sentimento di continua collaborazione e alleanza che si crea quando ci incontriamo, un forte legame d'unione e di rispetto reciproco che va ben oltre la conoscenza vera e propria tra di noi. Di due di loro, che sono anche quelle che stimo di più, non conosco bene neppure la loro situazione sentimentale ma non ho mai fatto troppe domande su questioni di cui capisco non abbiano molto interesse a parlare. Anche del lavoro si parla poco, a tratti quando proprio è impossibile evitarlo, e ho sempre ammirato la totale assenza di giudizio, così come la mia verso di loro. Abbiamo tutte e quattro esperienze diverse e culture diverse, vite diverse, modi di ragionare non sempre simili, eppure non ci è mai fregato un fico secco di tutto ciò, il sostegno rimane identico. Mi ricorda quell'intesa che c'era tra i due cacciatori (sì il paragone non è il massimo, lo so ed è anche contro i miei principi, ma ogni tanto anche il nemico può essere interessante e poi erano personaggi inventati) nel film francese L'orso di J.J. Annaud, due perfetti estranei che conoscevano poco o nulla l'uno dell'altro ma che nutrivano un profondo rispetto reciproco anche di fronte all'apparente insensatezza di certi comportamenti. Ecco, mi ha così affascinato questa sfumatura dei due personaggi che fin da bambina non sono riuscita ad odiare (forse se rivedessi il film ora potrei cambiare opinione) e credo fosse l'intento del regista regalare un pizzico d'umanità anche a due uomini che basavano sulla violenza le loro esistenze.
Radunate quindi intorno al tavolo, i momenti di ilarità si sprecano leggendo l'ultima lettera di fuoco della signora K., anche questa volta nel pieno di un uragano di frustrazioni e deliri. Sappiamo tutte che la lettera è indirizzata ad almeno tre di noi, ridiamo e talvolta non comprendiamo pienamente le accuse e le minacce, allibite costatiamo la realizzazione ufficiale dell'impresa medievale descritta nel precedente post.
Ad un certo punto ricordo che ad agosto si era parlato della comparsa di uomo tra i volontari della signora K., di cui chiedo aggiornamenti. Son proprio curiosa di sapere come si muove tra le sue grinfie anche se nessuno lo conosce bene. Le altre rimangono interdette, se lo ricordano appena, una però sa che la pazza ha deciso di designarlo fotografo ufficiale dell'associazione. In un lampo passo in rassegna le numerose volte in cui la presenza di un uomo sarebbe stata auspicabile, e non penso solo a lavori di forza e fatica o a smorzare l'eccesso di Yin nelle file dell'associazione che probabilmente stordisce la signora K.. Quest'unico uomo, unico almeno per l'associazione e nel lavoro con i cani, è stato insignito dell'alto compito di fotografare gli animali da far adottare. Nulla di male, detto così. Chiedo perché e la risposta che ottengo mi rode dentro come un tarlo affetto dalla sindrome di Hulk: "Ha detto che aveva solo due tre ore di tempo alla settimana..." In due tre ore di tempo si può fare davvero molto, lo sanno tutti, si può occuparsi in mille modi di tanti animali, se poi tutti riuscissero a disporre di questo tempo, insieme saremmo a cavallo.
La decisione illuminante della signora K. fa riflettere, è come se in un'azienda con delle difficoltà nell'organico si prendesse un lavoratore, in tutto uguale agli altri, e lo si relegasse a far qualche fotocopia. Le fotocopie sono importanti, non voglio metterlo in dubbio, ma diciamo che chiunque riesce a farle anche svolgendo altri compiti. Allora chiedo, con un filo di voce, se qualcuna ha preso contatti con lui ma nessuna lo conosce e la mitica signora K. si è guardata bene dal presentarlo alle altre. Geniale, penso, è come prendere il lavoratore di prima e chiuderlo a chiave nello scantinato mentre svolge la sua importantissima mansione di fotocopiatore e magari anche in orario notturno o in giornate festive, così nessuno sarà in grado di usufruire del suo lavoro al momento opportuno.
Poi comincio ad immaginarmelo con la fotocamera in mano in giro per i box, nelle sue due tre ore di tempo, sicuramente ideali per fare un fantastico book fotografico a Claudia Schiffer ma senza dubbio eccessive quando si parla di cani che non hanno alcun interesse a comparire splendenti sulle copertine di Vogue. Mi domando da cosa sia scaturita tale decisione, anche se con sicurezza non lo saprò mai. La signora K. avrà temuto di vedere il suo ruolo di boss incostrato offuscato da una presenza maschile? Avrà preferito lasciare il volontariato in mano al solito pugno di donne che riesce a controllare? Avrà creduto opportuno risparmiare all'unico uomo le sue squallide beghe da comari in calore? O avrà fatto il ragionamento che fanno tante donne quando si entra nel loro campo d'azione, cioè che gli uomini non sono altrettanto capaci (mi viene in mente una mia amica che ha una bimba ancora piccola e che non si fida a lasciarla neppure poche ore in balia del padre, ma anche io stessa che sto in ansia se devo assentarmi da casa per molto tempo e lascio il nostro cane alle cure di mio marito che puntualmente si dimentica di dargli il pranzo)?
Comunque nessuno sa che fine abbia fatto quest'uomo. Forse si sarà stufato dopo aver finito chilometri di rullini fotografici che non sapeva a chi consegnare e si sarà rivolto al National Geographic...con l'esperienza accumulata che avrà ora non si sa mai.

giovedì 21 ottobre 2010

Donne onlus - 1

(Ovvero quando il volontariato fa male)

Il mio primo ricordo non so esattamente a quando risale ma so cosa ritrae: l'ombra sfuocata del canarino di mia nonna dietro le tristi sbarre della sua gabbietta. Una fotografia annerita e sbiadita di ciò che in una mente infantile suscitava tanto stupore e meraviglia ed un'innata attrazione. Ho sempre amato gli animali con tutta me stessa. Il migliore amico che ho avuto dall'infanzia all'adolescenza è stato un cane, e non perché fossi sola ma perché nessuna persona è stata davvero amica quanto lui. Non c'è niente di più vero di quello che diceva Gandhi, "  La vita è sacra in ogni sua forma" . Ora potrei scrivere volumi interi sull'argomento, ma in realtà è solo l'espediente per parlare del Volontariato.
Il volontariato nel campo animalista è di quasi totale appannaggio femminile, nella mia esperienza locale (e non solo, per la verità). Sì è vero, ogni tanto spunta qualche uomo fantasma e io l'ho visto. Ma i posti di comando sono esclusivamente detenuti da donne (a differenza di quanto avviene in tutti gli altri campi), donne lavoratrici, donne mantenute, donne madri, donne sposate, donne single, per ora tralasciamo le motivazioni. In questi ultimi due anni di disoccupazione con qualche intermezzo lavorativo (sempre catastrofico) mi sono finalmente accostata a questo mondo e posso dire di averlo conosciuto abbastanza bene. All'inizio è stato rose e fiori, soprattutto grazie al contatto con gli animali. Poi è arrivato il rapporto con gli esseri umani. In realtà il volontariato animalista, nonostante quello che può sembrare a chi non lo conosce, è un lavoro a tutti gli effetti e risponde ad una certa gerarchia che assomiglia molto a quella aziendale (povera me). D'altronde è perseguito da umani che evidentemente seguono degli schemi mentali ben precisi, che potremmo anche chiamare istinti sociali. Ho conosciuto delle persone fantastiche, che stimo ed ammiro, così come le solite teste di c***o. A livello cittadino c'è una più o meno modesta associazione che opera con un paio di canili, capeggiata ovviamente da una donna, che chiameremo la signora K., un personaggio forte e carismatico. Ha una presenza fisica notevole nonostante i suoi 50 anni passati, con i capelli ricci e corvini e uno sguardo ammaliante, dei lineamenti a metà tra una zingara e una sudamericana, una pelle ambrata con appena qualche accenno di rughe, insomma davvero una bella donna. Peccato che sia una pazza scatenata. La affianca una persona più giovane, la signorina Cuccicucci, nome ora inventato per i suoi modi forzatamente gentili e melensi e gli epiteti che distribuisce con una certa generosità, tipo "amore", "stellina" "tesoro" "dolcezza" "pupilla dei miei occhi" "caramellina" e via dicendo. Guai a farsi ingannare dalle apparenze però, è una vera iena. Dopo qualche tempo di collaborazione con loro, chiunque sarebbe in grado di sopportare gli stressanti ritmi di un broker di Wall Street, a riconferma che il lavoro e la cooperazione tra donne si distingue molto spesso dalle medesime caratteristiche già accenate qui. Nel volontariato le cose forse vanno leggermente peggio, perché la posta in gioco è molto alta (la vita degli animali) e le confidenze sono maggiori, proprio perché c'è un ideale che ci accomuna. La signora K. e la signorina Cuccicucci hanno il monopolio del volontariato dell'intera città. Non c'è cane o gatto in difficoltà che non passi prima di tutto al loro tavolo di comando.
Questo per loro è ancora troppo poco. Se qualcun altro si intromette e vuole dare una mano, e magari sciaguratemente passa all'azione senza chiedere loro il benestare, scatta la guerra. Non c'è ideale o principio che tenga, questo povero qualcuno verrà schedato col nome di merda, accusato dei crimini più orrendi e quasi sicuramente coperto d'insulti. Questa bella esperienza è capitata ovviamente anche a me, oltre che ad altre amiche volontarie, che però hanno stretto i denti e hanno continuato. Fatta come sono, dopo qualche telefonata delirante della signora K. a base di improperi mitragliati senza interruzione e spinti ben oltre la barriera del suono, e dopo qualche sconcertante scambio di opinioni (molto più pacato però) con la signorina Cuccicucci (più astuta e diplomatica), ho deciso di tagliare i rapporti con queste due disturbate figure femminili. Per la verità la Cuccicucci ogni tanto la sento ancora, ma diciamo che ne ho preso le distanze e so bene quanto lei ci tenga a mantenere buoni i nostri rapporti.
La mia profonda delusione rimane, così come l'incredulità. Non riesco ancora a capire come, quando bisognerebbe essere uniti su un fronte comune, alleati per la salvezza e il benessere degli animali (che costituiscono la ragione di vita di tante volontarie), sentimenti meschini e squallidi possano prendere il sopravvento. E non comprendo neppure per quale ragione sia necessario crearsi dei problemi e costruire ostilità in un ambiente che dovrebbe essere profuso invece da sentimenti di solidarietà e collaborazione. La signora K. e la signorina Cuccicucci non solo vogliono gestire la situazione impartendo gli ordini, ma vogliono essere le uniche a farlo in tutta la città, ecco il grande problema. Sono anche riuscite in un'impresa medievale, quella di costruire alte mura intorno alla città, una specie di barriera virtuale attraverso cui nessun animale dei rifugi può entrare o uscire senza il loro controllo, con dubbi benefici. E' naturale che nessuna delle due, belle comode ai posti di comando, si sporchi mai le mani nei canili, eppure vogliono apparire solo loro (in particolare la signora K.) negli articoli di giornale in cui si parla di animali e problematiche connesse. Tutti gli altri, che siano altre associazioni o privati, sono da perseguitare (una volontaria, l'estate passata, stava addirittura per denunciare la singora K. per stalking). Mi sembra che non ci si limiti solo al vero e profondo amore per gli animali, quanto anche a sfogare il proprio egocentrismo e la fame di potere (e forse qualche bella frustrazione). Poi è vero che molti animali hanno trovato una famiglia grazie alle due pazze ma è altrettanto vero che hanno accumulato una marea di cazzate (di cui di solito scaricano la colpa sugli altri) e hanno allontanato persone molto valide. Per non parlare dell'ombra lunga che gettano sul volontariato e sugli animalisti.
Crolla miseramente la speranza che le donne che comandano possano essere migliori degli uomini, anche se l'impegno è sempre al 100% ma le energie vengono spesso disperse su diversi fronti. Purtroppo poi sia uomini che donne finiscono per essere vittime della parte peggiore di se stessi.

Io intanto continuo il volontariato, con un'associazione fuori città invisa alla signora K. (alla faccia sua!)

martedì 19 ottobre 2010

Freddy il casalingo

Oggi mi sento grafomane, anche perché scopro dalle statistiche di Blogger che qualcuno (di nascosto) mi legge e non sono io, visto che ho spuntato la casella apposita per non essere conteggiata (che volpe eh?..).

Da giorni non mi do pace: perché al mio amico che fa il casalingo nessuno rompe le palle col lavoro? E' un'altra forma di discriminazione forse, di cui ero all'oscuro? Il mio amico, chiamiamolo Freddy (penso a Freddy Mercury che passa l'aspirapolvere vestito da donna, in non mi ricordo quale video dei Queen), praticamente non ha mai lavorato. Ha vissuto con mamma e papà svolgendo saltuari lavoretti in nero, tranquillamente paragonabili a quelli che facevo io i primi anni di università, passando da una ragazza all'altra con la stessa frequenza con cui si prendeva una sbronza, cioè anche due volte per settimana. Poi tra una birra e l'altra ha incontrato quella che sarebbe diventata sua moglie, una guerriera del lavoro, una donna forte, determinata, pratica, capace di svolgere anche due lavori contemporaneamente in due imprese, entrambi da titolare. Lei smontava dall'ufficio alle sei di sera e alle sette era già pronta nel bar di sua proprietà a servire i clienti fino all'una di notte per poi ricominciare la mattina dopo alle 9. Un mostro. Be' in questo bar, tra i clienti abituali che si scolano bottiglie e vomitano litri di alcol sul pavimento c'è Freddy. Attenzione, non voglio dire che lui sia un alcolizzato, beve ogni tanto, come tutti più o meno da queste parti e talvolta riesce anche a non sbronzarsi. Cominciano a frequentarsi nei weekend, quando lei lo aiuta nei suoi lavoretti (lo so che sembra incredibile, ma questa è drogata di lavoro, forse è la donna bionica) finché lui trasloca da lei e vivono insieme, si sposano e danno alla luce due bei pargoletti. Sono la testimone vivente della loro fantastica intesa di coppia, non sto scherzando. Lui fa il casalingo e cresce i bambini, che peraltro sono davvero molto educati e pieni di stimoli, e lei mantiene tutti e quattro con la sua ditta, lavora tutto il giorno come una matta e dorme sì e no 4/5 ore per notte, perché il suo lavoro non ha mai fine. Freddy si occupa della casa e dei bambini, anche se ovviamente per la maggior parte del tempo sono a scuola. Non mi risulta che si sia mai molto preoccupato, alla soglia dei 40 anni, della sua inesistente posizione lavorativa. Non mi pare nemmeno che gli sia mai balenato per la testa di trovarsi un lavoro, anche perché lei non vuole e giustamente non le conviene da come si son messe le cose. Ogni tanto Freddy dimostra di voler rivendicare delle professionalità, con un certo piglio orgoglioso, come quando pontifica su una vasta gamma enciclopedica di cose o come quando tenta di abbattere il muro maestro della casa (la sta ristrutturando tutta da solo, dice lui, e ci mostra vasti e inquietanti crateri nelle pareti). Per il resto non si direbbe che abbia un grosso crucciarsi sulla sua inattività lavorativa, basta guardare il suo viso disteso, con la pelle levigata e colorita come quella dei suoi bambini, e poi confrontarla con le rughe e le occhiaie di sua moglie. A me loro due e la loro famiglia piacciono molto, forse perché mi ricordano che è possibile essere felici anche quando non si è uguali agli altri e forse perché vorrei essere come lei (rughe a parte). Dubito che lui sia un bravo uomo di casa, come io faccio schifo nel mio ruolo di casalinga, entrambi abbiamo una casa da ufficio igiene ma Freddy non se ne fa un problema. Solo che a me la gente si avvicina, si insinua lentamente nel mio campo visivo, all'inizio con timidezza e poi, alzando lo sguardo e conficcandomi le pupille nelle mie, mi chiede con sottile e ineffabile curiosità se ho trovato lavoro, con un tono di voce genitoriale quasi, come un insegnante che incontra un ex allievo pluribocciato e si informa se è riuscito finalmente a prendere il diploma. A Freddy no, nessuno chiede mai nulla, e mi riferisco a cene in cui ci siamo entrambi con gli amici comuni. Freddy sembra avere e conservare una sua posizione ben consolidata, mentre io no, chissà perché. Forse perché è un padre? Allora tutto il resto gli viene condonato mentre io ho solo uno stupendo e dolcissimo cagnolino? Forse perché ci mostra con fierezza i suoi buchi nel muro come prova tangibile di una sua occupazione mentre i miei lavori di grafica nessuno sa cosa siano?
Il bello è che anche lui mi fa la solita domanda sul mio lavoro, e mi verrebbe da chiedergli se mi prende per il culo.

Too much love will kill you


Certe volte credo di sapere cosa è andato storto nella mia vita. Troppo tempo a pensare al sesso. La natura mi ha dotato di due grandi seni in proporzione equa agli ormoni, cosa che non sarebbe male se solo non avessero governato la mia vita fin dalla tenera età.
Da dolcissima e innocente bimbetta di tre anni ero innamorata follemente di mio cugino, che era più vecchio di me di 23 anni, oltre al fatto (trascurabile) che ero sicura avrei sposato John Wayne, anche se probabilmente lui all'epoca era già morto. Crescendo gli ormoni si sono pericolosamenti evoluti e sviluppati, proprio come le tette, e la situazione diventava preoccupante per i miei genitori, che vedevano la loro piccola di 9 anni, che aveva già avuto il menarca, gironzolare con ragazzini più grandi e più scaltri. Vivevo in perenne pena d'amore, sempre a soffrire per quello o per quell'altro ragazzino, trascurando talvolta anche gli studi finché, a 13 anni, contemporaneamente al primo bacio col primo fidanzatino ufficiale, impazzii d'amore tragico e appassionato per l'insegnante di matematica. La matematica la detestavo e mio padre, col suo solito talento per la castrazione della figlia, mi aveva sempre ripetuto che non faceva per me visto che lui non ci aveva mai capito un tubo. Ma quella volta sorpresi tutti e grazie all'amore sfrenato e altamente pornografico (solo platonicamente, ahimé) per l'insegnante portai a casa degli ottimi risultati. Grazie all'amore la comprensione della matematica era diventata una banalità, un giochetto per bambini. Per il resto fu un disastro. Mal sopportavo l'idea che lui non sarebbe mai potuto esser mio, e la cosa si trascinò per quasi due anni, pur non avendolo più come docente. Per alimentare il fuoco che avevo dentro mi specializzai in appostamenti falsamenti casuali per incontrarlo sotto casa, facilitata dalla vicinanza delle nostre abitazioni. Era diventata una faccenda pietosa e mi accorsi di quanto dovevo esser ridicola ai suoi occhi quando amici comuni mi confessarono che rideva di me. Ebbi un crollo e una frustrazione che si trascinarono dietro tutto il mio mondo e al ginnasio collezionavo voti degni di una schedina del Totocalcio. Ricordo che i miei seppellirono non so in quale antro segreto della casa una copia del meraviglioso Lolita di Nabokov perché, mi dissero mentre lo facevano, non avevo ancora l'età giusta per leggerlo. Ce l'avevo eccome, motivo per cui decisero di censurarmelo e quando lo lessi da maggiorenne me ne resi conto.
Dai 14 ai 16 anni avrei scopato chiunque fosse maschio e più adulto (senza alcun risultato), e per calmarmi certe volte pensavo mi avrebbe aiutato solo un esorcista (un altro maschio a cui saltare addosso, tra l'altro). Finalmente a 16 cominciai la frequentazione col mio ragazzo storico, dall'inizio un amore tenero e sdolcinato. Inutile aggiungere altro...si provava di tutto e dapertutto, col risultato che a 17 anni fui costretta all'esame del sangue per sospetta gravidanza. Mia madre, unica della famiglia ad esserne al corrente, in mia presenza piangeva sempre. Comunque ringraziando il cielo non ero incinta, quindi mia madre mi ammonì severamente per il futuro e io ricominciai l'attività con rinnovata gioia (a dire il vero non ricordo di averla mai interrotta).
Intanto grazie a tutto questo subbuglio psico-genitale avevo scelto una scuola superiore assolutamente inadatta per me, che avevo frequentato con variabili risultati ma quasi sempre sfioranti la bocciatura e mi apprestavo all'università, che frequentavo molto per via dei bagni alle 7 di sera, luogo ideale dove rinchiudermi col mio fidanzato storico. Sì è vero, facevo anche gli esami e li facevo bene ma avevo una serie di altri problemi familiari che non mi permettevano di rimanerne soddisfatta, per non parlare del mio ragazzo, un grandissimo secchione.
Finché a 26 anni scoppia la rivoluzione, il giocattolo si rompe, l'università non so più cosa significhi...
(TO BE CONTINUED)

lunedì 18 ottobre 2010

Ambiziose aspirazioni

Alla fine ho ceduto e un paio di giorni fa mi sono recata allo Sportello del Lavoro.
Finalmente Robert, mio marito, era riuscito ad ingolosirmi con un'offerta di lavoro apparsa sul giornale locale, dove dicevano che al suddetto ufficio si poteva candidarsi per un posto di grafico per una misteriosa azienda rimasta anonima. Ero sempre stata recalcitrante, adducendo come scusa le percentuali di successo pari a zero di questo strumento pubblico. In realtà sapevo benissimo che non sarebbe stata un'esperienza né proficua né piacevole.
Così mi sveglio all'alba, mi vesto velocemente, ancora un po' diffidente all'idea che un'azienda privata scelga un canale simile per assumere un grafico, ma comunque ormai persuasa e traboccante buona volontà ed entusiasmo anche perché, penso, al limite mi candido per qualcos'altro, magari per un posto d'usciere o che so io, di bidello. Intanto mi aspetto di trovarmi circondata da uno stuolo di operai balcanici nerboruti (mica male poi per i miei occhi tristi...) o da qualche striminzito e occhialuto ex impiegato in cassaintegrazione. Salgo senza fretta il budello sterminato di scale che mi separano dalle porte degli uffici, un'interminabile scalinata frustata dal vento che lascia tutto il tempo necessario per ripensare alla propria vita e per tirare le somme, mentre all'ultimo scalino, più o meno il duemillesimo, si è già sprofondati nell'abisso della depressione. Nell'ampia e squallida sala d'attesa, grande stupore: siamo un vero e proprio branco di donne (ragazze, ragazzine e signore), tutte pronte a sguainare le spade per l'ambito posto di grafico.
Un tipo orrendo e brufoloso con un'età indescrivibile (che poi scopro essere molto più giovane di me), mi accoglie freddamente alla sua scrivania dove troneggia un enorme schermo al plasma. Secondo grande stupore: lo schermo al plasma dice che sono occupata stabilmente per un'ente parastatale dal 2005!!! Guardo l'amico tempestato di brufoli e scuoto la testa, ma lui insiste e mi mostra lo schermo. Adesso capisco nel profondo ciò che già sospettavo sui famosi dati Istat sull'occupazione italiana dell'ultimo anno: solo cazzate. Non solo io ero occupata fino a venerdì alle 9,30, ma in questi 5 anni, grazie al dono innato dell'ubiquità, ero anche riuscita a svolgere diverse collaborazioni per altre aziende nonché una a tempo determinato full time!! Fantastico, dovrei esser ricca e contenta! Mi sorprende anche che non mi siano piovuti addosso come avvoltoi per riscuotere un ingente bottino di tasse.
Vabbè, regolarizzo la mia posizione col brufoloso che ormai credo mi odii per tutti gli intoppi e le difficoltà che gli creo, visto che pretende che io mi ricordi date e particolari praticamente di tutto, dalla maturità in poi, come fossi una specie di Dustin Hoffman in Rainman. Finalmente concludiamo, lui soddisfatto si accomoda meglio sprofondando nella sua poltroncina logora a rotelle, percepisco un suo leggero scodinzolio mentre esclama: "Ora le aspirazioni!" Comincio a sospettare di trovarmi ai provini di XFactor, ma lui mi tranquilizza, è così che chiamano i lavori per i quali ci si vuole candidare. "Tutti!" rispondo, già credendo di segnare il mio rientro nel mondo del lavoro da lunedì stesso. Si fa di nuovo scuro in viso, si rinsacca nelle spalle e seccato stronca le mie ambiziose aspirazioni: "Nooo! Solo grafico e webdesigner con la sua esperienza." Lotto per qualche minuto, cerco di trovare comprensione, gli dico che ho fatto anche la cameriera anni prima, la receptionist, l'insegnante di ripetizioni, la bigliettaia, la guida nei musei ma niente, lui non molla. Non sono esperienze significative, conclude placidamente senza degnarmi di uno sguardo. Ma com'è possibile che io sia costretta a non cambiar lavoro e a rimanere disoccupata?? Devo viverla come una maledizione perché ho scelto un lavoro così poco richiesto e con tanta concorrenza e che in più soffre tragicamente della crisi economica?? E' ovvio che tutto ciò si colloca in un'atavica mentalità italiana. E se io fossi stata una madre di famiglia, con 5 figli da mantenere e un marito cassaintegrato, saremmo dovuti morire tutti di fame secondo il fottuto Sportello del Lavoro?? Anche rimanendo me stessa, per quale ragione non posso provare a cambiare strada?? E poi, anche avessi voluto candidarmi per un posto di becchino, per quale ragione non mi viene permesso di farlo??  
Ma non è ancora finita. L'amico scopre che ho avuto una collaborazione estiva (modestissima, ma lo ometto per stupido orgoglio) e dà segni di crisi isterica. Allora sto dichiarando il falso, e dovrei andarmene. Ma come?, lo supplico, solo perché è una collaborazione occasionale che non specifica una data di fine rapporto? Ma io ho lavorato lì per sì e no 40 ore totali e mesi fa, mi hanno detto che non c'è lavoro al momento e così non ho diritto ad essere inserita nella banca dati dei disoccupati?? Cresce a dismisura il mio sospetto sugli attendibili dati Istat. Alla fine la vinco io e ai suoi occhi dichiaro il falso, ma ce l'ho fatta, sono iscritta ufficialmente all'ufficio di collocamento, urrà!!


PS: Dimentico il posto di grafico, cercavano giovanissimi per un apprendistato.Nutro molto speranze per il futuro allo Sportello del Lavoro...

venerdì 15 ottobre 2010

Donne che lavorano (o tentano) - 2

Premetto che ho sempre avuto rapporti altalenanti col mio stesso sesso.
Non ero proprio una bimbetta tutta fiochetti e bamboline, ma piuttosto un vivace maschiaccio a cui i tanto richiesti fucili e arti marziali eran sempre stati negati dai miei genitori (con la scusa ufficiale che erano troppo violenti, o forse solo perché ero femmina?!).
Nonostante fossi esplosa nello sviluppo molto prematuramente, la competizione tra donne mi è sempre sembrata una cavolata, una di quelle perdite di tempo che denotano stupidità e bassezza morale, e che comunque difficilmente si protrae dopo l'adolescenza. L'unica volta che potrei dire di aver fatto uno sgarbo ad un'altra donna è stato quando, circa 10 anni fa, mi sono scopata suo marito, ma almeno posso giustificarmi dicendo che non la conoscevo minimamente e, come dicono spesso gli uomini in questi casi, è stata colpa sua è lui che mi è saltato addosso (credo peraltro che sia stata esattamente la giustificazione adottata da lui con sua moglie). Parallelamente ho anche demolito un uomo, che era il mio fidanzato storico dell'epoca, che si è trascinato anni prima di riprendersi da quell'episodio e dalla morte della nostra relazione, mentre quella dell'amante sposato sembra abbia retto (hanno anche sfornato un secondo pargoletto poco dopo, meglio di così...).
Detto tutto questo, e dopo aver anche un po' divagato, riprendo l'argomento principale, le donne che lavorano, questa volta tra loro. Lo faccio soprattutto spinta da questo: http://www.repubblica.it/economia/2010/10/12/news/gender_gap-7976966/?ref=HREC2-4 , ritratto impietoso se non addirittura lusinghiero della situazione italiana attuale, dove molto ci sarebbe da fare se solo le donne non si facessero distrarre dalla rivalità (con le altre donne ma anche con gli uomini, quindi una doppia fatica) e da un misto di rassegnazione e apatia.
Dopo l'azienda col titolare infanticida e sostenitore della sterilità femminile sul posto di lavoro, approdo tutta contenta in quest'ambiente di sole donne, slogan peraltro dell'azienda. E' una piccola agenzia di comunicazione nel cuore della città, conta poche lavoratrici ma sembra seria e molto umana, l'ideale per me, penso. Il contratto, me lo dicono subito al colloquio, è sempre maledettamente quello, a progetto, però qui scavo qualche misero soldino di più (davvero poco, ma tant'è..) e poi il lavoro pare molto più interessante e creativo. Sono anche più vicina a casa, evviva. Penso che tra donne si vive e si lavora meglio, c'è più democrazia e più rispetto e bla bla bla. Dai primissimi giorni percepisco ostilità, rivalità e invidia, altro che rispetto e serenità. Mi trattano come un'incapace e io fatico ad ammetterlo a me stessa, grande errore (dovevo esser rimasta talmente sconvolta dal trattamento che non l'ho confessato neppure a mio marito). Non manca occasione per criticare il mio lavoro e mai per lodarlo, come invece fanno con la mia collega pari grado, osannata soprattutto da una strana e buia figura femminile, una specie di segretaria coordinatrice tuttofare, che all'inizio sottovaluto (altro grande errore). Una tipina poco più vecchia di me (all'epoca avrà avuto 34 anni), vestita rigorosamente di nero (sembra una di quelle donne di campagna di fine ottocento), pallida e segnata dalla stanchezza cronica, e soprattutto sola. Dico soprattutto perché era la cosa che ripeteva di continuo o che influenzava praticamente tutti i suoi discorsi extra lavoro, nonché quella che la rendeva più infelice in assoluto. In altri termini non riusciva a trovare un uomo che entrasse nel suo letto e la facesse rimanere gravida, suo sogno impolverato nel cassetto. A me faceva una gran pena sentire, il lunedì mattina, i suoi discorsi sul weekend vuoto che aveva appena trascorso, di come si era coricata a letto alle 9 di sera perché non aveva cosa fare, vederla rimanere in ufficio fino a tardi perché tanto nessuno la aspettava a casa e il tutto condito da quelle borse inspiegabili sotto i suoi occhi e quella pelle bianco grigiastra da campo di concentramento. Percepivo la sua solitudine con tutto l'orrore con cui la viveva lei. Quando vengo a sapere che anche lei è collaboratrice a progetto, non ci posso credere ma è lei stessa a dirmelo, col suo solito tono secco e frigido di voce. Questa donna lavora come una pazza da anni per la stessa azienda, sogna di crearsi una famiglia e accetta un contratto di lavoro simile?! Una sera, durante uno dei rari discorsi sulla famiglia in cui sono ammessa anch'io (di solito si parlava poco, ma a me nessuno rivolgeva la parola se non per lavoro), e in cui l'inguaribile solitaria mi lanciava sguardi colmi d'invidia per il mio matrimonio, apostrofandomi con frasi tipo "Ma come fai dopo due anni di matrimonio scusami, io al posto tuo avrei già fatto almeno due figli" (come si fosse trattato di un'abilità da far fruttare, pensavo) mi sfugge la fatidica frase che mi condannerà alla fine: "Ma scusa, come credi di fare tu se dovessi rimanere incinta con questo tipo di contratto??" E' vero, sembra più un'accusa che altro, ma giuro che la mia voleva essere solidarietà. Ero pronta, il giorno dopo, a coalizzarmi con lei e pretendere dalla nostra titolare un rinnovo totale della nostra posizione lavorativa. Eravamo in poche e insieme avremmo potuto fare molto, pensavo. Al diavolo tutto quell'astio nervoso che respiravo lì ogni giorno. Non mi sembrava giusto che una persona che da anni svolge con encomiabile serietà e dedizione il suo lavoro, venga sfruttata così. Ma lei questo non l'ha colto e la sua espressione sconvolta e offesa, come se le avessi dato della pu****a lì in ufficio davanti a tutti, non mi lascia lo spazio per integrare il mio discorso. Be' quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e il contratto non mi è stato rinnovato. D'altronde lei era il braccio destro della titolare, una specie di consigliera,  a lei bastava quel finto "potere" per colmare le ingiustizie che subiva.
Questa è stata la mia esperienza di lavoro tra le donne che lavorano. Chissà se riusciremo una buona volta a battere lo Yemen??

mercoledì 13 ottobre 2010

Donne che lavorano (o tentano) - 1

Ho avuto un padre dispotico ed autoritario, un artista fallito che dopo avermi trasmesso creatività ed estro, ha tentato di soffocarli e castrarli per senso d'inferiorità e competizione. Certo mio padre ha sacrificato l'arte per un ottimo stipendio da dirigente pubblico e una pensione attuale molto al di sopra della media, mentre io a 35 anni sono disoccupata e molto probabilmente non avrò una pensione degna di questo nome. Mi ha insegnato però che come donna avrei potuto fare qualsiasi cosa (meglio quello che voleva lui, che io non ho fatto), quindi sono cresciuta convinta che la disparità tra uomo e donna fosse superata, un imbarazzante quanto vergognoso retaggio del passato. Tutto quello che mi forniva prove del contrario lo catalogavo nelle eccezioni, nei casi isolati e non ci pensavo più, non mi soffermavo più di tanto. Tutto quello che talvolta accadeva a me, accadeva solo a me, per caso. Lo attruibuivo alle mie curve, al modo forse "spaccone" di propormi, ai miei vestiti, al trucco, ai miei atteggiamenti che potevano essere fraintesi, insomma era colpa mia (incolparsi sembra essere una caratteristica tipicamente femminile che ha origine in una società molto bigotta e cattolica). In una delle ultime aziende in cui ho lavorato, in un ambiente prestigioso a livello regionale e di una certa importanza scientifica e culturale, il mio ex datore di lavoro mi ammoniva a non fare figli, terrorrizzato sicuramente dal fatto che io fossi sposata. Ma non me lo diceva in privato, sotto voce, magari mal celando un certa timidezza, ma lo esclamava con vigore, pubblicamente, come un genitore che raccomanda ai figli di guidare piano quando la sera stanno per uscire di casa con l'auto di famiglia. E non è che mi pagasse uno stipendio decoroso e un contratto coi fiocchi, ma una banalissima quanto scandalosa collaborazione a progetto di 1000 euro mensili, tra l'altro neppure rispettata visto che lavoravo in ufficio 5 giorni alla settimana, 8 ore giornaliere, come un dipendente a tutti gli effetti ma senza la malattia e le ferie pagate (e pretendeva anche gli straordinari non retribuiti, che io non ho mai fatto). Vale a dire che ero una schiava, tanto per essere onesti. In più donna, giovane e con marito, un incubo per il poverino. Ci mancava poco che mi chiedesse un certificato ginecologico sulla regolarità delle mie mestruazioni, o mi obbligasse alla contraccezione o all'astensione sessuale e via dicendo. Mai mi sarei sognata di dire la verità, che mio marito non può avere figli, e mi godevo le sue ansie con sano sadismo (magari non sarebbe bastato, e se fossi stata fedifraga??).
Così ad un certo punto, stanca soprattutto dei contrattini che mi rinnovavano di tanto in tanto e delle promesse mai mantenute, dopo un anno ho fatto i bagagli e me ne sono andata sbattendo la porta e lasciandoli attoniti dietro le loro scrivanie. Avevo trovato un altro posto in un'azienda di sole donne, dove credevo finalmente di trovare il mio spazio e molta più comprensione.
Ma questo sarà l'argomento del prossimo post.

martedì 12 ottobre 2010

Sesso, emancipazione e stregoneria

La settimana passata è stata accettabile, anche perché non saprei quale altro aggettivo potrebbe meglio descriverla. Ricca di attività, di incontri, di momenti sereni, di tensioni, ripensamenti e di tanto sesso gioioso (a cui ovviamente attribuisco i momenti sereni). Dopo qualche intoppo degli ultimi tempi, dipeso secondo me dalla frustrazione della mancanza di soldi e realizzazione, far l'amore mi mette di nuovo di buon umore e ne ho un gran voglia insaziabile. L'abbiamo fatto ogni giorno in una fantastica escalation di orgasmi che ha colorato di felicità i nostri momenti insieme. Passa in secondo piano tutto il resto e si sopporta meglio. In più mi sono recata nell'azienda per cui ho lavoricchiato (termine patetico) per un paio di mesi quest'estate, che mi doveva ancora quattro miseri soldi di luglio, cosa che mi ha fatto piacere anche se poi l'incontro è finito nel farci sprofondare nell'imbarazzo più completo quando ci siamo rese conto tutte e tre (io e le due titolari dello studio) che avevamo esaurito i convenevoli e le solite vuote banalità che ci si dice tanto per riempire i silenzi. Non si sa se le rivedrò, probabilmente no, almeno non a breve e di certo non posso far affidamento su di loro...peccato, perché per una volta mi trovavo davvero bene e l'onestà che dimostravano mi sembrava sempre sincera (e forse è per questo che lavorano poco, ahimè). Insomma ci stavo quasi riuscendo, a non perdermi nei miei trionfali sconforti...Ma ieri leggo degli articoli online scritti per una rivista di una certa importanza da una mia ex compagna del liceo, una tipa senza dubbio in gamba, intelligente, ora imprenditrice di successo (presumo), brillante anche nella vita privata, che sembra aver collezionato trionfi in tutti i campi in cui si è cimentata. Una donna bruttissima ma capace di compensare le sue (trascurabili) carenze fisiche con tutto il resto. Superfluo dire quanto io la invidii, in senso buono. D'altronde ha sempre fatto le cose per bene, fin dalla scuola. Dopo aver letto i suoi frizzanti articoli, davvero ben scritti e molto piacevoli, sempre ricchi di spunti e ragionamenti, passo in rassegna le donne che conosco, aiuto. Sono tutte più o meno realizzate, intendo professionalmente. Non ne conosco una che abbia dei problemi simili ai miei (a meno che non abbia 20 anni, ma anche così non ne sarei tanto sicura). La discriminazione sessuale esiste più che mai in questo paese di merda, anch'io l'ho vissuta ma loro l'hanno sconfitta. Chi lavora nel pubblico, chi nelle aziende private, tutte dimostrano una determinazione e una sicurezza nelle loro scelte lavorative (e un pizzico di fortuna che non guasta). Poi forse qualcuna avrà anche una vita privata che fa schifo, non dico di no, forse qualcuna ha l'aria di non scopare da 5 anni o giù di lì ma chissenefrega cavolo (cioè no, io sarei disperata e probabilmente avrei una collezione sterminata di vibratori, ma era tanto per dire). Sembra che queste donne emancipate siano delle degne vendicatrici della femminilità frustrata e repressa dei secoli passati, un riscatto per tutte quelle poverette bruciate sul rogo con l'accusa di stregoneria, di quelle oppresse da famiglie maschiliste e patriarcali, di quelle costrette ad essere solo fabbriche di figli e vittime senza voce. Io no, mi guardo e credo di vedere la donna in uno stadio più antico, una strega cinquecentesca che si nasconde nel suo antro, che lotta con e nella natura, un'eretica di tempi estinti, tutta arruffata e inzaccherata, vestita di stracci e tremendamente eccitante. Una donna triste e dipendente dal magro stipendio del marito. Che non riesce nemmeno ad ammettere la verità, insopportabile, di essere diventata prima disoccupata e poi casalinga, due termini osceni da cui mi ritraggo inorridita.

Be' in tutto questo quel che mi rimane è la voglia di far l'amore. Questo pomeriggio, mentre tutte queste donne si strapperanno i capelli in ufficio, esaurendo le loro energie per rivendicare la loro emancipazione, io me ne starò probabilmente sul divano a godere a squarciagola della mia eresia. Consoliamoci così.

lunedì 4 ottobre 2010

Gli altri

Prima di tutto ci sono gli altri, ed è giusto così. Me ne accorsi subito anche se d'altronde era una cosa che fiutavo già da tempo, abituata alla fatidica domanda che fanno tutti, appena si entra in un minimo di confidenza "E tu, cosa fai nella vita?" Frase pericolosissima, temutissima credo da qualunque disoccupato poco soddisfatto della sua identità. Imbarazzante anche, soprattutto quando si è circondati da altre persone che magari ti conoscono, sanno che vita fai, conoscono il tuo grado di disagio e quindi intorno a te cala il silenzio, unico riflettore puntato su di te, gli occhi intorno si fanno felini in attesa della tua risposta, nessuno muove più le labbra per parlare, alcune discussioni rimangono sospese nell'aria come in un fumetto galeggiante, senti il calore degli altri corpi che scalpitano in attesa della tua risposta per vedere se anche questa volta ne uscirai pulito, se saprai destreggiarti in un momento così delicato, col tuo mantello da Amleto e il teschio tra le dita che improvvisamente alza le sue orbite vuote e buie sulle tue e in uno sfregolio di ossicini rotti sibila tra i denti "Sei un fallimento della società!" Perché quasi sempre tutti sfoggiano l'abito del successo e tu difficilmente puoi farlo, a meno che tu non sia la reincarnazione di Vittorio Gassman (a dire il vero ultimamente ho notato dei lievissimi cambiamenti, e me ne compiaccio) e quindi possa sbizzarirti in una ineccepibile recitazione teatrale (certe volte accade e l'ho vista fare, mi sto allenando anch'io).
Questa è la mia esperienza, so che altri si son trovati messi male in pubblico, alle feste, agli aperitivi con gli amici, alle cene di presentazione ai nonni della fidanzata/o. Perché talvolta scende un cupo senso di colpa nell'animo già provato del disoccupato.
La prova del fuoco era arrivata subito per me, senza pietà. Il giorno dopo la mia cacciata dall'ufficio, avevo deciso di godermi i primi attimi di libertà e mi ero incamminata a testa alta col mio fedele e adorato cane per le vie della città vecchia che bisbigliava appena i fervori della giornata. Era orario di inizio lavoro per la maggior parte della gente. Io mi ero svegliata presto, come ogni giorno, alla faccia di chi pensa che un disoccupato sia un nullafacente che dorme tutta la mattina. Con un senso di soddisfazione che permeava il mio organismo pensavo che davanti a me avevo l'infinità del tempo della giornata a disposizione e mi godevo ogni centimetro di libertà col mio cane che trottava al fianco. Nelle nuvole di fumo della sigaretta intravvedevo i progetti appena abbozzati per la vita nuova di zecca ed ecco, a breve distanza, un viso conosciuto che si apre un varco tra la folla. E' la moglie di un amico comune di me e mio marito, qualcuno potrebbe dire un'amica ma sarebbe troppo complicato ora spiegare le sfumature. Le si apre un sorriso sulle labbra mentre mi si avvicina e io contraccambio, anche se dentro di me qualcosa trema e rabbrividisce. Mi rendo conto subito che non è la persona ideale da incontrare in un contesto simile. E' una super donna in carriera, dedita al duro lavoro, probabilmente vittima muta di discriminazione sessuale sul lavoro perché anche mamma ma finge di farcela comunque, ha già sacrificato tutto per la sua posizione anche la figlia in fasce che viene accudita da un'estranea a pagamento, dubito che abbia una vita sua visto che torna a casa solitamente non prima delle 9 di sera completamente stremata, insomma una fedelissima lavoratrice in una grossissima multinazionale (e poi si sa, le donne sono eccezionali per questi ruoli). Neppure il tempo di scambiarsi i convenevoli ("Come va? Come stai?") che subito mi chiede la ragione unica ed intrinseca della sua vita "Vai a lavorare?" A parte che non capisco come faccia a chiedermelo se tengo al guinzaglio il mio cane, che purtroppo di solito non è ben accetto negli uffici. Non mi rassegno al sorriso e le rispondo la verità, "Da ieri non lavoro, non mi hanno rinnovato il contratto." Sgomento e terrore appaiono sul suo viso. La luce dei suoi occhi si fa buio, il sorriso si trasforma in una smorfia di disgusto, le labbra si contraggono all'ingiù e il suo cervello dimentica di dare impulsi alle corde vocali. Dopo qualche attimo riafferra un briciolo di sobrietà gettandomi un 'occhiata di rimprovero, mi saluta e se ne va di fretta, fuggendo a questa mia ingenua confessione inconfessabile di efferatezza inaudita. Come le avessi mostrato le mie mani grondanti sangue.

 Mi  giro e proseguo anch'io, col mio piccolo al fianco che beato lui non si è accorto di nulla.

Sotto la pioggia

Quando nel 2008 sono rimasta senza lavoro, non ero preoccupata. So che può sembrare strano, per taluni incredibile, eppure i primi istanti furono di un insolito sollievo mentre, insieme alla pioggia fina e battente, evaporavano dalla mia pelle tutte le pressioni e le tensioni accumulate nei mesi precedenti, mescolandosi alla gocce e svanendo per sempre.
Fu una notizia sparatami addosso da un minuto all'altro, in una mattinata qualunque, il giorno prima della conclusione del mio contratto di lavoro. La accolsi con ironia, pensando che eravamo alle porte del 1 maggio, festa dei lavoratori. A tanto era giunta la mia ex datrice di lavoro, fervente e attivista del PD.
Così mi ritrovai sulla strada bagnata sotto la pioggia, frastornata e senza parole, in una mano leggermente tremolante l'ombrello e nell'altra il cellulare per chiamare mio marito e metterlo al corrente della novità che avrebbe di lì a poco cambiato la nostra vita.
Mi allontanai a grandi passi verso il canale d'acqua salata che scorreva dietro l'angolo per tuffarsi in mare. La gente frettolosa mi passava accanto, il traffico ululava lì vicino e i bar risucchiavano e vomitavano gruppetti di persone che si lasciavano alle spalle la scia dell'aroma del caffè. Tutto avveniva prontamente come ogni giorno. Gettando un'occhiata al mare lì vicino, leggermente increspato eppure impassibile nei suoi flutti, appena appena infastidito dal picchiettare della pioggia, pensai che sapevo cosa fare e m'incamminai in una bella passeggiata liberatoria per le vie del centro, per la prima volta senza alcuna fretta e con un incomprensibile espressione di serenità. Lontano nella mia mente echeggiavano le parole agitate di mio marito, forse l'unico che in quel momento aveva analizzato le cose con un briciolo di lucidità. Non avevo neppure l'urgenza, quotidiana fino a quel momento, di correre a casa dal mio cane per portarlo fuori a passeggiare, perché pensai che di tempo ne avremmo avuto, d'ora in poi, per stare insieme. Così feci visita alla mia amica storica, a cui raccontai l'accaduto per ricevere un minimo di conforto e poi pranzai dai miei, questa volta col mio adorato cagnolino, per sentire i loro consigli sul da farsi (pressoché inutili, visto che si basavano su esperienze e vissuti di 50 anni prima).
L'idea che mi ero fatta era di cogliere l'occasione di reinventare la mia vita. Finalmente era giunto il momento di correre dietro a me stessa invece di schiantarmi i nervi ogni giorno per quattro soldi a fine mese e un contratto di merda, che non mi dava alcuna garanzia e tanto meno mi tutelava a fronte di 8 ore abbondanti di lavoro.

Ero per la prima volta ufficialmente disoccupata allo scoccare dell'éra berlusconiana.