Premetto che ho sempre avuto rapporti altalenanti col mio stesso sesso.
Non ero proprio una bimbetta tutta fiochetti e bamboline, ma piuttosto un vivace maschiaccio a cui i tanto richiesti fucili e arti marziali eran sempre stati negati dai miei genitori (con la scusa ufficiale che erano troppo violenti, o forse solo perché ero femmina?!).
Nonostante fossi esplosa nello sviluppo molto prematuramente, la competizione tra donne mi è sempre sembrata una cavolata, una di quelle perdite di tempo che denotano stupidità e bassezza morale, e che comunque difficilmente si protrae dopo l'adolescenza. L'unica volta che potrei dire di aver fatto uno sgarbo ad un'altra donna è stato quando, circa 10 anni fa, mi sono scopata suo marito, ma almeno posso giustificarmi dicendo che non la conoscevo minimamente e, come dicono spesso gli uomini in questi casi, è stata colpa sua è lui che mi è saltato addosso (credo peraltro che sia stata esattamente la giustificazione adottata da lui con sua moglie). Parallelamente ho anche demolito un uomo, che era il mio fidanzato storico dell'epoca, che si è trascinato anni prima di riprendersi da quell'episodio e dalla morte della nostra relazione, mentre quella dell'amante sposato sembra abbia retto (hanno anche sfornato un secondo pargoletto poco dopo, meglio di così...).
Detto tutto questo, e dopo aver anche un po' divagato, riprendo l'argomento principale, le donne che lavorano, questa volta tra loro. Lo faccio soprattutto spinta da questo: http://www.repubblica.it/economia/2010/10/12/news/gender_gap-7976966/?ref=HREC2-4 , ritratto impietoso se non addirittura lusinghiero della situazione italiana attuale, dove molto ci sarebbe da fare se solo le donne non si facessero distrarre dalla rivalità (con le altre donne ma anche con gli uomini, quindi una doppia fatica) e da un misto di rassegnazione e apatia.
Dopo l'azienda col titolare infanticida e sostenitore della sterilità femminile sul posto di lavoro, approdo tutta contenta in quest'ambiente di sole donne, slogan peraltro dell'azienda. E' una piccola agenzia di comunicazione nel cuore della città, conta poche lavoratrici ma sembra seria e molto umana, l'ideale per me, penso. Il contratto, me lo dicono subito al colloquio, è sempre maledettamente quello, a progetto, però qui scavo qualche misero soldino di più (davvero poco, ma tant'è..) e poi il lavoro pare molto più interessante e creativo. Sono anche più vicina a casa, evviva. Penso che tra donne si vive e si lavora meglio, c'è più democrazia e più rispetto e bla bla bla. Dai primissimi giorni percepisco ostilità, rivalità e invidia, altro che rispetto e serenità. Mi trattano come un'incapace e io fatico ad ammetterlo a me stessa, grande errore (dovevo esser rimasta talmente sconvolta dal trattamento che non l'ho confessato neppure a mio marito). Non manca occasione per criticare il mio lavoro e mai per lodarlo, come invece fanno con la mia collega pari grado, osannata soprattutto da una strana e buia figura femminile, una specie di segretaria coordinatrice tuttofare, che all'inizio sottovaluto (altro grande errore). Una tipina poco più vecchia di me (all'epoca avrà avuto 34 anni), vestita rigorosamente di nero (sembra una di quelle donne di campagna di fine ottocento), pallida e segnata dalla stanchezza cronica, e soprattutto sola. Dico soprattutto perché era la cosa che ripeteva di continuo o che influenzava praticamente tutti i suoi discorsi extra lavoro, nonché quella che la rendeva più infelice in assoluto. In altri termini non riusciva a trovare un uomo che entrasse nel suo letto e la facesse rimanere gravida, suo sogno impolverato nel cassetto. A me faceva una gran pena sentire, il lunedì mattina, i suoi discorsi sul weekend vuoto che aveva appena trascorso, di come si era coricata a letto alle 9 di sera perché non aveva cosa fare, vederla rimanere in ufficio fino a tardi perché tanto nessuno la aspettava a casa e il tutto condito da quelle borse inspiegabili sotto i suoi occhi e quella pelle bianco grigiastra da campo di concentramento. Percepivo la sua solitudine con tutto l'orrore con cui la viveva lei. Quando vengo a sapere che anche lei è collaboratrice a progetto, non ci posso credere ma è lei stessa a dirmelo, col suo solito tono secco e frigido di voce. Questa donna lavora come una pazza da anni per la stessa azienda, sogna di crearsi una famiglia e accetta un contratto di lavoro simile?! Una sera, durante uno dei rari discorsi sulla famiglia in cui sono ammessa anch'io (di solito si parlava poco, ma a me nessuno rivolgeva la parola se non per lavoro), e in cui l'inguaribile solitaria mi lanciava sguardi colmi d'invidia per il mio matrimonio, apostrofandomi con frasi tipo "Ma come fai dopo due anni di matrimonio scusami, io al posto tuo avrei già fatto almeno due figli" (come si fosse trattato di un'abilità da far fruttare, pensavo) mi sfugge la fatidica frase che mi condannerà alla fine: "Ma scusa, come credi di fare tu se dovessi rimanere incinta con questo tipo di contratto??" E' vero, sembra più un'accusa che altro, ma giuro che la mia voleva essere solidarietà. Ero pronta, il giorno dopo, a coalizzarmi con lei e pretendere dalla nostra titolare un rinnovo totale della nostra posizione lavorativa. Eravamo in poche e insieme avremmo potuto fare molto, pensavo. Al diavolo tutto quell'astio nervoso che respiravo lì ogni giorno. Non mi sembrava giusto che una persona che da anni svolge con encomiabile serietà e dedizione il suo lavoro, venga sfruttata così. Ma lei questo non l'ha colto e la sua espressione sconvolta e offesa, come se le avessi dato della pu****a lì in ufficio davanti a tutti, non mi lascia lo spazio per integrare il mio discorso. Be' quella è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e il contratto non mi è stato rinnovato. D'altronde lei era il braccio destro della titolare, una specie di consigliera, a lei bastava quel finto "potere" per colmare le ingiustizie che subiva.
Questa è stata la mia esperienza di lavoro tra le donne che lavorano. Chissà se riusciremo una buona volta a battere lo Yemen??
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