Ho avuto un padre dispotico ed autoritario, un artista fallito che dopo avermi trasmesso creatività ed estro, ha tentato di soffocarli e castrarli per senso d'inferiorità e competizione. Certo mio padre ha sacrificato l'arte per un ottimo stipendio da dirigente pubblico e una pensione attuale molto al di sopra della media, mentre io a 35 anni sono disoccupata e molto probabilmente non avrò una pensione degna di questo nome. Mi ha insegnato però che come donna avrei potuto fare qualsiasi cosa (meglio quello che voleva lui, che io non ho fatto), quindi sono cresciuta convinta che la disparità tra uomo e donna fosse superata, un imbarazzante quanto vergognoso retaggio del passato. Tutto quello che mi forniva prove del contrario lo catalogavo nelle eccezioni, nei casi isolati e non ci pensavo più, non mi soffermavo più di tanto. Tutto quello che talvolta accadeva a me, accadeva solo a me, per caso. Lo attruibuivo alle mie curve, al modo forse "spaccone" di propormi, ai miei vestiti, al trucco, ai miei atteggiamenti che potevano essere fraintesi, insomma era colpa mia (incolparsi sembra essere una caratteristica tipicamente femminile che ha origine in una società molto bigotta e cattolica). In una delle ultime aziende in cui ho lavorato, in un ambiente prestigioso a livello regionale e di una certa importanza scientifica e culturale, il mio ex datore di lavoro mi ammoniva a non fare figli, terrorrizzato sicuramente dal fatto che io fossi sposata. Ma non me lo diceva in privato, sotto voce, magari mal celando un certa timidezza, ma lo esclamava con vigore, pubblicamente, come un genitore che raccomanda ai figli di guidare piano quando la sera stanno per uscire di casa con l'auto di famiglia. E non è che mi pagasse uno stipendio decoroso e un contratto coi fiocchi, ma una banalissima quanto scandalosa collaborazione a progetto di 1000 euro mensili, tra l'altro neppure rispettata visto che lavoravo in ufficio 5 giorni alla settimana, 8 ore giornaliere, come un dipendente a tutti gli effetti ma senza la malattia e le ferie pagate (e pretendeva anche gli straordinari non retribuiti, che io non ho mai fatto). Vale a dire che ero una schiava, tanto per essere onesti. In più donna, giovane e con marito, un incubo per il poverino. Ci mancava poco che mi chiedesse un certificato ginecologico sulla regolarità delle mie mestruazioni, o mi obbligasse alla contraccezione o all'astensione sessuale e via dicendo. Mai mi sarei sognata di dire la verità, che mio marito non può avere figli, e mi godevo le sue ansie con sano sadismo (magari non sarebbe bastato, e se fossi stata fedifraga??).
Così ad un certo punto, stanca soprattutto dei contrattini che mi rinnovavano di tanto in tanto e delle promesse mai mantenute, dopo un anno ho fatto i bagagli e me ne sono andata sbattendo la porta e lasciandoli attoniti dietro le loro scrivanie. Avevo trovato un altro posto in un'azienda di sole donne, dove credevo finalmente di trovare il mio spazio e molta più comprensione.
Ma questo sarà l'argomento del prossimo post.
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