Ieri è stata una giornata micidiale.
Abbiamo convocato un nuovo agente immobiliare. L'altro ci aveva lasciati delusi, con la sensazione amara di vaga disonestà e cupidigia, e lasciamo stare se non era proprio un genio in psicologia. Fatto sta che, contratto capestro di vendita alla mano, non l'abbiamo firmato e siamo passati ad altro. Quindi trascorro la giornata di ieri a rendere presentabile la casa, vedendo il suo arrivo in serata come una scenetta horror di un film giapponese. La perfezione non esiste ovviamente, quindi diciamo che mi son data da fare senza esagerazioni, e in cuor mio chiedendomi se aveva senso tutto quell'impegno dal momento che l'acquirente non era lui (ma vivevo la situazione come se lo fosse, non so perché). C'erano curiose analogie tra i due venditori, per esempio entrambi si sono subito dichiarati terrorizzati dai cani (offrendoci una cattiva impressione, tanto che mio marito se n'è uscito così: "Vedi, te l'avevo detto che sono tutti pezzi di merda") e hanno suonato il campanello con buoni dieci minuti di anticipo, gettandomi nello scompiglio ieri sera mentre stavo appena raccogliendo le mie mutandine dal divano. Stavolta lo accolgo io, mentre mio marito si sta spupazzando l'appuntamento fisso coi pallosissimi scrutini. All'inizio è indifferente e silenzioso e mi segue nelle varie stanze e nelle mie eloquenti descrizioni (ho scoperto che adoro illustrare casa mia), mentre il cane segue lui tallonandolo da bravo guardiano di casa (si fa per dire, ho dovuto allontanarlo di nascosto più volte mentre cercava di scoparsi la sua gamba). Lo sorprendo improvvisamente con la terrazza e mentre io me ne sto appoggiata allo stipite della porta congelata dal freddo umido, lui impalato accanto al gelsomino mi dice, con serafico stupore: "Ma siete sicuri che volete venderla? E' bellissima sta casa." Forse un po' colta impreparata, lo ringrazio, gli racconto di favolosi giardini fuori provincia come fossero la mia fiaba preferita ma lui alza le sopracciglia in segno di incredulità e disapprovazione. Mi elenca meticolosamente tutti i vantaggi del nostro immobile, demolendomi senza pietà le agognate case con giardino su cui sto sbavando da anni, lo confesso. Ecco, non pensavo esistessero agenti immobiliari che ti convincono a non vendere. E io che già mi vedevo scrivere nuovi post su questo blog seduta comodamente all'ombra di un rigoglioso albero da frutta...Stiamo facendo forse un'enorme cazzata, ci chiediamo per tutta la sera e dopo perigliose elucubrazioni crolliamo spossati sul divano alle 22.
mercoledì 9 febbraio 2011
martedì 8 febbraio 2011
Wonderwomen
Non so se solo io l'ho notato, ma le donne in genere sono fenomenali. Si sobbarcano di mille cose da fare e le fanno, tutte in modo eccezionale ed ineccepibile. Si impegnano fino in fondo nelle responsabilità e nei compiti che vengono assegnati o che si auto infliggono. Scopro ogni giorno wonderwomen con figli e mariti capricciosi ed esigenti che riescono a fronteggiare imprevisti domestici e a trionfare su quelli professionali. Sanno fare tutto. Impressionante. Leggo ogni tanto (e mi ritraggo per pudore) di mamme blogger bolognesi o addirittura milanesi che cucinano manicaretti, crescono col sudore nidiate di figli, accolgono un marito scipito (perché non ne parlano mai come compagno di vita) che torna dal lavoro in una casa totalmente e perfettamente in ordine. E, non ultimo, guadagnano uno stipendio decoroso. Spesso sento strillare slogan, in televisione o nei giornali, che tentano di convertire goffamente le donne (e che trovo molto offensivi, ma questo è un altro discorso). Suggerimenti tipo: "Per una volta, metti in un angolo la scopa e fatti bella per una romantica cena fuori..." (il tutto contornato da panciuti cuoricini fucsia), oppure: "Non diventare matta nella lotta contro la polvere: per una volta fatti regalare un trattamento rassodante, il tuo lui ne sarà più contento..." Potrebbero essere segni inequivocabili, questi, che donne simili esistono, che non sono solo il frutto di qualche neo mamma che tenta di pavoneggiarsi con le altre nel suo blog facendo credere di avere ricevuto in dono una giornata interminabile di 50 ore, alla faccia delle sfigate che rimangono stazionarie sulle 24. L'ultimo slogan l'ha trovato mio marito, in una pubblicità per San Valentino (risate a crepapelle seguite da sdegno).
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
lunedì 7 febbraio 2011
Mumbai
Stamattina appena sveglia e di umore ancora ambiguo intravvedo con la coda dell'occhio una rivista aperta. La pagina mostrava un primo piano di un uomo dalle fattezze medio orientali, che in realtà mi ricordava qualche vecchia foto di mio padre negli anni sessanta o di qualche altro parente da quella parte dell'albero genealogico. Tratti forti e mediterranei. Sorseggiando la mia solita tazzona di caffé (buonissimo quello regalatomi dall'uomo del miracolo) leggo che l'articolo parla di una ricca e famosa star di Bollywood, ritratta nella foto. E' un attore, come la maggior parte del cinema indiano, bello fortunatissimo e adorato in patria. Ha avuto tutto dalla vita, probabilmente senza grossi sforzi visto che proviene da una famiglia indiana molto benestante che gli ha permesso anche gli studi all'estero. Potrei andare a pescare quella rivista nel disordine che regna sempre sovrano in casa mia, magari sprecandoci una mezzoretta e qualche bestemmia mentre frugo tra la biancheria sparsa e le pentole ancora da lavare, e copiare il suo nome di difficile pronuncia per farvi capire di chi sto parlando, ma non lo faccio di proposito. Odio Bollywood.
Senza dubbio, isolato e preso così com'è, è un mondo affascinante, molto più del suo corrispettivo americano. Guardare un film indiano è un'esperienza che vale la pena, che diverte e non lascia mai indifferenti. Le scene sono sempre coloritissime, emanano quasi un profumo di incensi tropicali, gli attori hanno visi particolari, offrono espressioni spesso caricaturali, enfatiche, per noi talvolta buffe, le storie raccontate ruotano sempre intorno all'amore (scelta singolare in un paese dove il matrimonio combinato è tuttora considerato il più sicuro e preferibile) e spesso gli eventi si intrecciano in modo drammatico, prevedibile e un po' naive. C'è sempre un lieto fine. Tutti primo o poi danzano e cantano insieme in un turbinio di sari e costumi dai colori accesi. Bollywood concentra il suo potere a Mumbai, la capitale economica e culturale, una specie di Milano in formato orientale. Ricordo l'agglomerato minaccioso di grattacieli che si vedevano in lontananza mentre passeggiavamo sulla piacevole Marine Drive che costeggia il mare, ben 5 o 6 anni or sono. Non ci abbiamo mai messo piede. Mumbai è ben altro. E' molto altro. I palazzoni sgargianti sono lontani dal cuore pulsante della città. Mumbai è il viso di un bambino sporco e arruffato che ti chiede una rupia o un pezzo di chapati comprato da un venditore ambulante con le mani nere di polvere e non si sa cos'altro. E' l'alba che svela una città di lamiere e immondizia sotto cui vivono intere famiglie coperte di stracci. E' cumuli di rifiuti da cui attingono donne rugose e malate insieme ai cani randagi pelle ed ossa e corvi silenziosi e diffidenti. Mumbai è una giovane madre incinta circondata dai suoi bimbi che al tramonto prepara un giaciglio sul marciapiede. E' una donna cieca con la pelle corrosa dal sole che protende una tazza bucata e arruginita supplicando qualche soldo con la sua bocca arsa e senza denti. Mumbai è un inferno puzzolente sulla terra. E' la vita prosciugata e ridotta all'essenziale, alla sopravvivenza. E' la vita impensabile di intere famiglie che vivono tra il fango e qualche falò sotto i ponti della sopraelevata, che mangiano accocolate nelle immondizie accanto alle loro case di stracci. Sono gli occhi velati di una donna che non hanno più luce né colore.
Quando abbiamo lasciato Mumbai diretti ad Udaipur, abbiamo trascorso infinite ore in pullman viaggiando di notte. E' quasi impossibile percorrere strade in tempi ragionevoli. Ricordo che stavo ad occhi spalancati nel buio, coperta di polvere e sudore, avvolta nell'aria calda e soffocante, e vedevo scorrere davanti agli occhi la mia vita italiana con le sue annesse preoccupazioni. Quelli che consideravo problemi sembravano solo le sciochezze e i capricci infantili di un bimbetto di pochi anni, ancora ignaro del mondo e della vita. Mi facevano sorridere e prendere le distanze, e li trovavo rassicuranti. Per la prima volta avevo visto con orrore cosa voleva dire vivere veramente. Tutto quello che avevo lasciato qui in Italia era superfluo, buffo e senza senso. E per la prima volta mi sembrava di capire l'irragionevolezza della vita.
Ecco perché odio Bollywood. Quelle che ho descritto (molto brevemente) sono le scene che penso quando guardo l'attore della rivista e il suo bel viso liscio, pulito, curato, i suoi capelli corvini e impomatati.
Anche questa però è l'India, sempre più viva nelle sue innumerevoli sfaccettature e nelle mille contraddizioni.
Senza dubbio, isolato e preso così com'è, è un mondo affascinante, molto più del suo corrispettivo americano. Guardare un film indiano è un'esperienza che vale la pena, che diverte e non lascia mai indifferenti. Le scene sono sempre coloritissime, emanano quasi un profumo di incensi tropicali, gli attori hanno visi particolari, offrono espressioni spesso caricaturali, enfatiche, per noi talvolta buffe, le storie raccontate ruotano sempre intorno all'amore (scelta singolare in un paese dove il matrimonio combinato è tuttora considerato il più sicuro e preferibile) e spesso gli eventi si intrecciano in modo drammatico, prevedibile e un po' naive. C'è sempre un lieto fine. Tutti primo o poi danzano e cantano insieme in un turbinio di sari e costumi dai colori accesi. Bollywood concentra il suo potere a Mumbai, la capitale economica e culturale, una specie di Milano in formato orientale. Ricordo l'agglomerato minaccioso di grattacieli che si vedevano in lontananza mentre passeggiavamo sulla piacevole Marine Drive che costeggia il mare, ben 5 o 6 anni or sono. Non ci abbiamo mai messo piede. Mumbai è ben altro. E' molto altro. I palazzoni sgargianti sono lontani dal cuore pulsante della città. Mumbai è il viso di un bambino sporco e arruffato che ti chiede una rupia o un pezzo di chapati comprato da un venditore ambulante con le mani nere di polvere e non si sa cos'altro. E' l'alba che svela una città di lamiere e immondizia sotto cui vivono intere famiglie coperte di stracci. E' cumuli di rifiuti da cui attingono donne rugose e malate insieme ai cani randagi pelle ed ossa e corvi silenziosi e diffidenti. Mumbai è una giovane madre incinta circondata dai suoi bimbi che al tramonto prepara un giaciglio sul marciapiede. E' una donna cieca con la pelle corrosa dal sole che protende una tazza bucata e arruginita supplicando qualche soldo con la sua bocca arsa e senza denti. Mumbai è un inferno puzzolente sulla terra. E' la vita prosciugata e ridotta all'essenziale, alla sopravvivenza. E' la vita impensabile di intere famiglie che vivono tra il fango e qualche falò sotto i ponti della sopraelevata, che mangiano accocolate nelle immondizie accanto alle loro case di stracci. Sono gli occhi velati di una donna che non hanno più luce né colore.
Quando abbiamo lasciato Mumbai diretti ad Udaipur, abbiamo trascorso infinite ore in pullman viaggiando di notte. E' quasi impossibile percorrere strade in tempi ragionevoli. Ricordo che stavo ad occhi spalancati nel buio, coperta di polvere e sudore, avvolta nell'aria calda e soffocante, e vedevo scorrere davanti agli occhi la mia vita italiana con le sue annesse preoccupazioni. Quelli che consideravo problemi sembravano solo le sciochezze e i capricci infantili di un bimbetto di pochi anni, ancora ignaro del mondo e della vita. Mi facevano sorridere e prendere le distanze, e li trovavo rassicuranti. Per la prima volta avevo visto con orrore cosa voleva dire vivere veramente. Tutto quello che avevo lasciato qui in Italia era superfluo, buffo e senza senso. E per la prima volta mi sembrava di capire l'irragionevolezza della vita.
Ecco perché odio Bollywood. Quelle che ho descritto (molto brevemente) sono le scene che penso quando guardo l'attore della rivista e il suo bel viso liscio, pulito, curato, i suoi capelli corvini e impomatati.
Anche questa però è l'India, sempre più viva nelle sue innumerevoli sfaccettature e nelle mille contraddizioni.
venerdì 4 febbraio 2011
L'uomo del miracolo
Proprio l'altra sera, dopo l'ultimo appuntamento col mio agente immobiliare e fine psicologo, m'intrufolo al supermercato per fare i miei soliti esigui acquisti all'insegna del risparmio e delle offerte speciali (motivo di frequenti discussioni con mio marito, che adora la mega spesa consumistica da famiglia di neocatecumini incalliti, non avendo ancora capito che ad usufruirne siamo in due e non 15).
Tra gli scaffali adocchio uno spilungone che si aggira frettolosamente trascinandosi dietro diverse borse e borsoni, e che subito riconosco essere una vecchia conoscenza del liceo. Immutato nel tempo, conserva la sua aria un po' buffa e distratta mentre io, con le mie solite quattro cose sotto il braccio, censuro il mio desiderio di salutarlo dando già per scontato che mai si ricorderà il mio viso perso nella memoria dei decenni. In realtà la curiosità non mi manca, ben sapendo il suo passato: studioso modello, indole estroversa e creativa, originalissimo ed eccentrico, dopo il liceo aveva optato per la carriera ecclesiastica (uuuhhh ohhh!!!) e lo si vedeva saltuariamente aggirarsi per città col collarino da prete o semiprete o roba simile (francamente ignoro i vari gradi per diventare sacerdote, diciamo che son sicura che era iscritto al seminario). Ad un certo punto era sparito per anni dalla scena cittadina, e me lo immaginavo già in missione in qualche paesino sperduto del Burkina Faso. Poi, colpo di scena, rieccolo apparire denudato dell'abito di chiesa e accessoriato di presunta fidanzata. Miracolo!
Ma torniamo agli scaffali del supermercato. Ovvio che sono contenta per lui e per le sue scelte di vita, ma mi dirigo alla cassa dimenticandolo tra le scatole di pasta in offerta lancio. Riverso le mie solite quattro cosucce sul rullo e mi volto: ecco il suo faccione occhialuto protendersi verso di me come il collo di una giraffa. Esibisce il suo sorrisone non proprio perfetto ma estremamente simpatico...ci riconosciamo. Saluti calorosi e cordiali, non capisco ancora se sa esattamente chi io sia, ma non importa. Mi snocciola uno ad uno i nomi dei suoi pargoletti, con relative date di nascita (tutti in scala dai 4 all'un anno e mezzo di età), io mi complimento per la fertilità biblica e lui conclude con "Fantastico, vero?!", accompagnato da un piccolo proiettile di saliva sparata dalla sua adolescenziale finestra tra i denti. Lo saluto ed esco, soddisfatta per la sua contentezza e realizzazione. Ma nel buio della strada lo vedo raggiungermi con passo veloce e goffo mentre miriadi di borse gonfie e panciute gli spuntano da ogni parte come fosse un enorme attaccapanni. E' chiaro che vuole dirmi ancora qualcosa. Ha voglia di raccontarsi e non so perché, ma mi piace. Ho la sensazione di essere un volto lontano per lui e nulla più, mentre io ricordo bene anche il suo nome. Abita lì vicino, mi dice, con tutta la sua numerosa famiglia e lavora presso una piccola minuscola azienda di caffé in periferia. Mi appassiono alla sua vita, dimostro interesse e confesso il mio amore per il caffé. Mi convince a seguirlo a casa dove nasconde quantità industriali di caffé in confezione omaggio. Sono un po' reticente all'inizio, non vorrei rompere l'idillio con la moglie presentandomi come sconosciuta alla sua porta, e per lo più senza referenze ecclesiastiche. Mi imbarazza accettare quintalate di caffé gratis e decido di aspettarlo nel pianerottolo. Entriamo in un portone appena decente dove un vecchio con qualche problema di alzheimer sta acquattato nell'ombra e ripete un turpiloquio senza senso. Il mio nuovo amico vola su per le scale seguito dalla sua miriade di borse che sbatacchiano tra il corrimano e la parete e si infila in qualche appartamentino al secondo piano da dove echeggiano urla eccitate ed infantili di un asilo nido: i saluti dei bimbi. Quando ritorna, il mio uomo del miracolo abbraccia pacchi e pacchetti profumati di aroma e mi racconta che "dopo" (non specificando cosa, ma io traduco gli studi di chiesa) ha preso una laurea totalmente inutile a mantenere una famiglia ma di cui sembrerebbe contento e ha fatto l'artigiano in una falegnameria. Purtroppo questa ha chiuso e lui è rimasto senza lavoro, ma lo dice così, con semplicità, come se fosse rimasto senza latte in casa. Mi fingo assolutamente non impressionata dall'accaduto, ma dentro di me penso alle notti insonni che avrei passato io con 4 bocche da sfamare. Lui no, non lascia emergere alcuna emozione di disagio o preoccupazione, parla come se tutto filasse liscio come l'olio. Da poco ha questo nuovo lavoro col caffé, e ne va fiero perché dice che è un ottimo prodotto anche se poco pubblicizzato e così ci pensa lui, distribuendo pacchi omaggio, anche se le sue mansioni sono ben altre. Ha una naturelezza così inconsueta e spontanea nel raccontare le cose che forse solo la fede può dare, una semplicità disarmante. Non c'è ombra di preoccupazione in lui, né di rabbia, né di sconforto, nessuna delusione, la vita è quel che viene. Emana una serenità e una pace poetica. E altrettanto poetica mi pare questa sua svolta dal sacerdozio alla famiglia, dal celibato alla riproduzione su larga scala.
Lo saluto promettendo di informarlo della mia opinione sul caffé. E riesco anche a ripensare a madre Teresa che a catechismo, quando avevo 8 anni, mi aveva turbato consigliandomi di farmi suora. Diceva che mi vedeva portata...
Tra gli scaffali adocchio uno spilungone che si aggira frettolosamente trascinandosi dietro diverse borse e borsoni, e che subito riconosco essere una vecchia conoscenza del liceo. Immutato nel tempo, conserva la sua aria un po' buffa e distratta mentre io, con le mie solite quattro cose sotto il braccio, censuro il mio desiderio di salutarlo dando già per scontato che mai si ricorderà il mio viso perso nella memoria dei decenni. In realtà la curiosità non mi manca, ben sapendo il suo passato: studioso modello, indole estroversa e creativa, originalissimo ed eccentrico, dopo il liceo aveva optato per la carriera ecclesiastica (uuuhhh ohhh!!!) e lo si vedeva saltuariamente aggirarsi per città col collarino da prete o semiprete o roba simile (francamente ignoro i vari gradi per diventare sacerdote, diciamo che son sicura che era iscritto al seminario). Ad un certo punto era sparito per anni dalla scena cittadina, e me lo immaginavo già in missione in qualche paesino sperduto del Burkina Faso. Poi, colpo di scena, rieccolo apparire denudato dell'abito di chiesa e accessoriato di presunta fidanzata. Miracolo!
Ma torniamo agli scaffali del supermercato. Ovvio che sono contenta per lui e per le sue scelte di vita, ma mi dirigo alla cassa dimenticandolo tra le scatole di pasta in offerta lancio. Riverso le mie solite quattro cosucce sul rullo e mi volto: ecco il suo faccione occhialuto protendersi verso di me come il collo di una giraffa. Esibisce il suo sorrisone non proprio perfetto ma estremamente simpatico...ci riconosciamo. Saluti calorosi e cordiali, non capisco ancora se sa esattamente chi io sia, ma non importa. Mi snocciola uno ad uno i nomi dei suoi pargoletti, con relative date di nascita (tutti in scala dai 4 all'un anno e mezzo di età), io mi complimento per la fertilità biblica e lui conclude con "Fantastico, vero?!", accompagnato da un piccolo proiettile di saliva sparata dalla sua adolescenziale finestra tra i denti. Lo saluto ed esco, soddisfatta per la sua contentezza e realizzazione. Ma nel buio della strada lo vedo raggiungermi con passo veloce e goffo mentre miriadi di borse gonfie e panciute gli spuntano da ogni parte come fosse un enorme attaccapanni. E' chiaro che vuole dirmi ancora qualcosa. Ha voglia di raccontarsi e non so perché, ma mi piace. Ho la sensazione di essere un volto lontano per lui e nulla più, mentre io ricordo bene anche il suo nome. Abita lì vicino, mi dice, con tutta la sua numerosa famiglia e lavora presso una piccola minuscola azienda di caffé in periferia. Mi appassiono alla sua vita, dimostro interesse e confesso il mio amore per il caffé. Mi convince a seguirlo a casa dove nasconde quantità industriali di caffé in confezione omaggio. Sono un po' reticente all'inizio, non vorrei rompere l'idillio con la moglie presentandomi come sconosciuta alla sua porta, e per lo più senza referenze ecclesiastiche. Mi imbarazza accettare quintalate di caffé gratis e decido di aspettarlo nel pianerottolo. Entriamo in un portone appena decente dove un vecchio con qualche problema di alzheimer sta acquattato nell'ombra e ripete un turpiloquio senza senso. Il mio nuovo amico vola su per le scale seguito dalla sua miriade di borse che sbatacchiano tra il corrimano e la parete e si infila in qualche appartamentino al secondo piano da dove echeggiano urla eccitate ed infantili di un asilo nido: i saluti dei bimbi. Quando ritorna, il mio uomo del miracolo abbraccia pacchi e pacchetti profumati di aroma e mi racconta che "dopo" (non specificando cosa, ma io traduco gli studi di chiesa) ha preso una laurea totalmente inutile a mantenere una famiglia ma di cui sembrerebbe contento e ha fatto l'artigiano in una falegnameria. Purtroppo questa ha chiuso e lui è rimasto senza lavoro, ma lo dice così, con semplicità, come se fosse rimasto senza latte in casa. Mi fingo assolutamente non impressionata dall'accaduto, ma dentro di me penso alle notti insonni che avrei passato io con 4 bocche da sfamare. Lui no, non lascia emergere alcuna emozione di disagio o preoccupazione, parla come se tutto filasse liscio come l'olio. Da poco ha questo nuovo lavoro col caffé, e ne va fiero perché dice che è un ottimo prodotto anche se poco pubblicizzato e così ci pensa lui, distribuendo pacchi omaggio, anche se le sue mansioni sono ben altre. Ha una naturelezza così inconsueta e spontanea nel raccontare le cose che forse solo la fede può dare, una semplicità disarmante. Non c'è ombra di preoccupazione in lui, né di rabbia, né di sconforto, nessuna delusione, la vita è quel che viene. Emana una serenità e una pace poetica. E altrettanto poetica mi pare questa sua svolta dal sacerdozio alla famiglia, dal celibato alla riproduzione su larga scala.
Lo saluto promettendo di informarlo della mia opinione sul caffé. E riesco anche a ripensare a madre Teresa che a catechismo, quando avevo 8 anni, mi aveva turbato consigliandomi di farmi suora. Diceva che mi vedeva portata...
mercoledì 2 febbraio 2011
Mio marito non lavora (e io vendo la casa)
Forse vendiamo casa.
Mi sono persuasa a scrivere questo post dopo aver letto blog inquietanti le cui tematiche mi hanno lasciato il gusto in bocca di una suola di scarpe consumata della nonna. Lo so che non dovrei giudicare gli altri, ognuno giustamente scrive quello che vuole, e ci mancherebbe. Ma quando leggo di fanatici egocentrici che si spacciano per artisti disinibiti e cullati dal loro successo e dalla loro fama, e che non trovano altro di meglio da scrivere se non distribuire consigli su come sterminare altre speci viventi considerate inutili e schifose, be', mi incazzo. Allora scorro i commenti, col fare pacifico di chi sa che prima o poi una mente sensata farà capolino tra tutta quella selva di avatar idioti, e invece trovo solo entusiastici plausi. Tutta una banda di hitleriani convinti insomma. E perché io non dovrei parlare di innocue novità degli ultimi giorni, a questo punto?
Dunque lo ribadisco, forse si vende. E' l'avventura che abbiamo in mente per i nostri prossimi giorni. E' una scelta che stiamo covando già da un po', per la verità, ma che si sta consolidando solo ora. Partono i sogni, sparati con forza dal kalashnikov della mia testa. La fantasia danza in pireottanti immagini colorate davanti ai miei occhi: case tanto agognate con fantastici giardini in cui già vedo il mio cane correre felice con la pallina in bocca mentre noi adagiati sull'amaca sorseggiamo una limonata sotto il portico. Ogni tanto si infrange su qualche buia diapositiva che profetizza disastri e altre fastidiose calamità, ma poi resuscita, più salda di prima. E' una casa strana, questa. Ci siamo entrati con la solita illusione giovanile che diceva "Tanto è solo una parentesi, un momentaneo rifugio" ma che alla fine è durato circa sette anni, un tempo biblico. E' un luogo odiato ed amato, una libertà e una palla al piede. Odiato perché ci ha procurato tante seccatura, tante energie sprecate alle assemblee condominiali dove vecchi bavosi pretendevano di strapparci i fondi delle nostre vacanze per banali e inutili lavori comuni. Amata perché è bellissima, ed è mia. E' la prima volta che lo ammetto, e lo faccio adesso che mi sto preparando al suo abbandono. Evito lunghe e fiabesche descrizioni da agenzia immobiliare. Passo ai miei contatti con l'agente, un tipo dell'età di mio marito, amichevole (ovviamente...) e altrettanto ovviamente disponibile (a tutto quasi). Pochi giorni fa lo incontro nel suo studio dove vuole parlarmi del prezzo che mi consiglia per l'eventuale vendita. Parliamo, ragioniamo insieme e per un casuale malinteso emerge che lui..ehm..già...(assume un'espressione confidenziale e un po' da Sherlock Holmes) è un gran drittone e ha capito che mio marito non lavora. Io sgrano gli occhi, ci dev'essere qualche attimo in cui le mie labbra si atrofizzano, le pupille si fissano sul vuoto della parete, e riesco solo a dire "Mah...è...no, non proprio..." ma lui, prontamente, da bravo venditore che sa il fatto suo, ormai ben cimentato in psicologia dei clienti, socchiude le palpebre e con un sorriso paterno muove lentamente il capo, come a dire: "Non serve biascicare una scusa, non lo dirò a nessuno, può succedere, stai tranquilla, sono come il tuo avvocato, il tuo sacerdote, il tuo psicanalista..." Quindi si crea questa simpatica farsa, probabilmente dovuta alla visita che ci aveva fatto per la valutazione dell'appartamento (io ero sopraggiunta dopo, mio marito l'aveva accolto con i suoi modi rilassati da pantofolaio, libro di studio in mano, fare da gran chiacchierone che non ha un problema al mondo, arrivo io trafelata per il ritardo, e comincio a pontificare con aria decisa su ogni metro quadro). Così io sono la manager, lui il gran cazzeggione. Glielo racconto e scoppiamo a ridere, e la farsa continua. Confido al mio bravo agente che vogliamo comprare una casa indipendente, con un bel giardino, possibilmente in mezzo alla natura (e questo è tutto vero) e lui si sente in dovere di consigliarci, e allora mi guarda, alza di poco le mani al cielo e mi fa: "Ma almeno un contributo dal tuo compagno, qualche soldino..." Lo correggo che siamo sposati, è colpitissimo, sento la sua vocina interna che si chiede come può una donna, al giorno d'oggi, accollarsi un uomo da mantenere?? Magari immagina le promesse prima del matrimonio, quando mi illudeva che studiando avrebbe trovato un buon posto in banca. Devo sembrargli la classica buona samaritana, con un certo gruzzoletto faticosamente risparmiato nonostante il sanguisuga in casa, con la testa sulle spalle, gravida di responsabilità, che si accolla questo giovanotto simpatico, furbetto e spiantato. Un buono a nulla. E io, generosa nella mia infinita magnanimità, rispondo di no, mio marito lasciamolo stare. Lui mi guarda con commiserazione, come un prete di campagna guarda la madre disperata del monello di turno, e sembra rassegnarsi.
Oggi ho un nuovo incontro con lui, per ulteriori chiarimenti. Ovviamente a fine giornata, dopo il lavoro.
Mi sono persuasa a scrivere questo post dopo aver letto blog inquietanti le cui tematiche mi hanno lasciato il gusto in bocca di una suola di scarpe consumata della nonna. Lo so che non dovrei giudicare gli altri, ognuno giustamente scrive quello che vuole, e ci mancherebbe. Ma quando leggo di fanatici egocentrici che si spacciano per artisti disinibiti e cullati dal loro successo e dalla loro fama, e che non trovano altro di meglio da scrivere se non distribuire consigli su come sterminare altre speci viventi considerate inutili e schifose, be', mi incazzo. Allora scorro i commenti, col fare pacifico di chi sa che prima o poi una mente sensata farà capolino tra tutta quella selva di avatar idioti, e invece trovo solo entusiastici plausi. Tutta una banda di hitleriani convinti insomma. E perché io non dovrei parlare di innocue novità degli ultimi giorni, a questo punto?
Dunque lo ribadisco, forse si vende. E' l'avventura che abbiamo in mente per i nostri prossimi giorni. E' una scelta che stiamo covando già da un po', per la verità, ma che si sta consolidando solo ora. Partono i sogni, sparati con forza dal kalashnikov della mia testa. La fantasia danza in pireottanti immagini colorate davanti ai miei occhi: case tanto agognate con fantastici giardini in cui già vedo il mio cane correre felice con la pallina in bocca mentre noi adagiati sull'amaca sorseggiamo una limonata sotto il portico. Ogni tanto si infrange su qualche buia diapositiva che profetizza disastri e altre fastidiose calamità, ma poi resuscita, più salda di prima. E' una casa strana, questa. Ci siamo entrati con la solita illusione giovanile che diceva "Tanto è solo una parentesi, un momentaneo rifugio" ma che alla fine è durato circa sette anni, un tempo biblico. E' un luogo odiato ed amato, una libertà e una palla al piede. Odiato perché ci ha procurato tante seccatura, tante energie sprecate alle assemblee condominiali dove vecchi bavosi pretendevano di strapparci i fondi delle nostre vacanze per banali e inutili lavori comuni. Amata perché è bellissima, ed è mia. E' la prima volta che lo ammetto, e lo faccio adesso che mi sto preparando al suo abbandono. Evito lunghe e fiabesche descrizioni da agenzia immobiliare. Passo ai miei contatti con l'agente, un tipo dell'età di mio marito, amichevole (ovviamente...) e altrettanto ovviamente disponibile (a tutto quasi). Pochi giorni fa lo incontro nel suo studio dove vuole parlarmi del prezzo che mi consiglia per l'eventuale vendita. Parliamo, ragioniamo insieme e per un casuale malinteso emerge che lui..ehm..già...(assume un'espressione confidenziale e un po' da Sherlock Holmes) è un gran drittone e ha capito che mio marito non lavora. Io sgrano gli occhi, ci dev'essere qualche attimo in cui le mie labbra si atrofizzano, le pupille si fissano sul vuoto della parete, e riesco solo a dire "Mah...è...no, non proprio..." ma lui, prontamente, da bravo venditore che sa il fatto suo, ormai ben cimentato in psicologia dei clienti, socchiude le palpebre e con un sorriso paterno muove lentamente il capo, come a dire: "Non serve biascicare una scusa, non lo dirò a nessuno, può succedere, stai tranquilla, sono come il tuo avvocato, il tuo sacerdote, il tuo psicanalista..." Quindi si crea questa simpatica farsa, probabilmente dovuta alla visita che ci aveva fatto per la valutazione dell'appartamento (io ero sopraggiunta dopo, mio marito l'aveva accolto con i suoi modi rilassati da pantofolaio, libro di studio in mano, fare da gran chiacchierone che non ha un problema al mondo, arrivo io trafelata per il ritardo, e comincio a pontificare con aria decisa su ogni metro quadro). Così io sono la manager, lui il gran cazzeggione. Glielo racconto e scoppiamo a ridere, e la farsa continua. Confido al mio bravo agente che vogliamo comprare una casa indipendente, con un bel giardino, possibilmente in mezzo alla natura (e questo è tutto vero) e lui si sente in dovere di consigliarci, e allora mi guarda, alza di poco le mani al cielo e mi fa: "Ma almeno un contributo dal tuo compagno, qualche soldino..." Lo correggo che siamo sposati, è colpitissimo, sento la sua vocina interna che si chiede come può una donna, al giorno d'oggi, accollarsi un uomo da mantenere?? Magari immagina le promesse prima del matrimonio, quando mi illudeva che studiando avrebbe trovato un buon posto in banca. Devo sembrargli la classica buona samaritana, con un certo gruzzoletto faticosamente risparmiato nonostante il sanguisuga in casa, con la testa sulle spalle, gravida di responsabilità, che si accolla questo giovanotto simpatico, furbetto e spiantato. Un buono a nulla. E io, generosa nella mia infinita magnanimità, rispondo di no, mio marito lasciamolo stare. Lui mi guarda con commiserazione, come un prete di campagna guarda la madre disperata del monello di turno, e sembra rassegnarsi.
Oggi ho un nuovo incontro con lui, per ulteriori chiarimenti. Ovviamente a fine giornata, dopo il lavoro.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)