Proprio l'altra sera, dopo l'ultimo appuntamento col mio agente immobiliare e fine psicologo, m'intrufolo al supermercato per fare i miei soliti esigui acquisti all'insegna del risparmio e delle offerte speciali (motivo di frequenti discussioni con mio marito, che adora la mega spesa consumistica da famiglia di neocatecumini incalliti, non avendo ancora capito che ad usufruirne siamo in due e non 15).
Tra gli scaffali adocchio uno spilungone che si aggira frettolosamente trascinandosi dietro diverse borse e borsoni, e che subito riconosco essere una vecchia conoscenza del liceo. Immutato nel tempo, conserva la sua aria un po' buffa e distratta mentre io, con le mie solite quattro cose sotto il braccio, censuro il mio desiderio di salutarlo dando già per scontato che mai si ricorderà il mio viso perso nella memoria dei decenni. In realtà la curiosità non mi manca, ben sapendo il suo passato: studioso modello, indole estroversa e creativa, originalissimo ed eccentrico, dopo il liceo aveva optato per la carriera ecclesiastica (uuuhhh ohhh!!!) e lo si vedeva saltuariamente aggirarsi per città col collarino da prete o semiprete o roba simile (francamente ignoro i vari gradi per diventare sacerdote, diciamo che son sicura che era iscritto al seminario). Ad un certo punto era sparito per anni dalla scena cittadina, e me lo immaginavo già in missione in qualche paesino sperduto del Burkina Faso. Poi, colpo di scena, rieccolo apparire denudato dell'abito di chiesa e accessoriato di presunta fidanzata. Miracolo!
Ma torniamo agli scaffali del supermercato. Ovvio che sono contenta per lui e per le sue scelte di vita, ma mi dirigo alla cassa dimenticandolo tra le scatole di pasta in offerta lancio. Riverso le mie solite quattro cosucce sul rullo e mi volto: ecco il suo faccione occhialuto protendersi verso di me come il collo di una giraffa. Esibisce il suo sorrisone non proprio perfetto ma estremamente simpatico...ci riconosciamo. Saluti calorosi e cordiali, non capisco ancora se sa esattamente chi io sia, ma non importa. Mi snocciola uno ad uno i nomi dei suoi pargoletti, con relative date di nascita (tutti in scala dai 4 all'un anno e mezzo di età), io mi complimento per la fertilità biblica e lui conclude con "Fantastico, vero?!", accompagnato da un piccolo proiettile di saliva sparata dalla sua adolescenziale finestra tra i denti. Lo saluto ed esco, soddisfatta per la sua contentezza e realizzazione. Ma nel buio della strada lo vedo raggiungermi con passo veloce e goffo mentre miriadi di borse gonfie e panciute gli spuntano da ogni parte come fosse un enorme attaccapanni. E' chiaro che vuole dirmi ancora qualcosa. Ha voglia di raccontarsi e non so perché, ma mi piace. Ho la sensazione di essere un volto lontano per lui e nulla più, mentre io ricordo bene anche il suo nome. Abita lì vicino, mi dice, con tutta la sua numerosa famiglia e lavora presso una piccola minuscola azienda di caffé in periferia. Mi appassiono alla sua vita, dimostro interesse e confesso il mio amore per il caffé. Mi convince a seguirlo a casa dove nasconde quantità industriali di caffé in confezione omaggio. Sono un po' reticente all'inizio, non vorrei rompere l'idillio con la moglie presentandomi come sconosciuta alla sua porta, e per lo più senza referenze ecclesiastiche. Mi imbarazza accettare quintalate di caffé gratis e decido di aspettarlo nel pianerottolo. Entriamo in un portone appena decente dove un vecchio con qualche problema di alzheimer sta acquattato nell'ombra e ripete un turpiloquio senza senso. Il mio nuovo amico vola su per le scale seguito dalla sua miriade di borse che sbatacchiano tra il corrimano e la parete e si infila in qualche appartamentino al secondo piano da dove echeggiano urla eccitate ed infantili di un asilo nido: i saluti dei bimbi. Quando ritorna, il mio uomo del miracolo abbraccia pacchi e pacchetti profumati di aroma e mi racconta che "dopo" (non specificando cosa, ma io traduco gli studi di chiesa) ha preso una laurea totalmente inutile a mantenere una famiglia ma di cui sembrerebbe contento e ha fatto l'artigiano in una falegnameria. Purtroppo questa ha chiuso e lui è rimasto senza lavoro, ma lo dice così, con semplicità, come se fosse rimasto senza latte in casa. Mi fingo assolutamente non impressionata dall'accaduto, ma dentro di me penso alle notti insonni che avrei passato io con 4 bocche da sfamare. Lui no, non lascia emergere alcuna emozione di disagio o preoccupazione, parla come se tutto filasse liscio come l'olio. Da poco ha questo nuovo lavoro col caffé, e ne va fiero perché dice che è un ottimo prodotto anche se poco pubblicizzato e così ci pensa lui, distribuendo pacchi omaggio, anche se le sue mansioni sono ben altre. Ha una naturelezza così inconsueta e spontanea nel raccontare le cose che forse solo la fede può dare, una semplicità disarmante. Non c'è ombra di preoccupazione in lui, né di rabbia, né di sconforto, nessuna delusione, la vita è quel che viene. Emana una serenità e una pace poetica. E altrettanto poetica mi pare questa sua svolta dal sacerdozio alla famiglia, dal celibato alla riproduzione su larga scala.
Lo saluto promettendo di informarlo della mia opinione sul caffé. E riesco anche a ripensare a madre Teresa che a catechismo, quando avevo 8 anni, mi aveva turbato consigliandomi di farmi suora. Diceva che mi vedeva portata...
Nessun commento:
Posta un commento