Stamattina appena sveglia e di umore ancora ambiguo intravvedo con la coda dell'occhio una rivista aperta. La pagina mostrava un primo piano di un uomo dalle fattezze medio orientali, che in realtà mi ricordava qualche vecchia foto di mio padre negli anni sessanta o di qualche altro parente da quella parte dell'albero genealogico. Tratti forti e mediterranei. Sorseggiando la mia solita tazzona di caffé (buonissimo quello regalatomi dall'uomo del miracolo) leggo che l'articolo parla di una ricca e famosa star di Bollywood, ritratta nella foto. E' un attore, come la maggior parte del cinema indiano, bello fortunatissimo e adorato in patria. Ha avuto tutto dalla vita, probabilmente senza grossi sforzi visto che proviene da una famiglia indiana molto benestante che gli ha permesso anche gli studi all'estero. Potrei andare a pescare quella rivista nel disordine che regna sempre sovrano in casa mia, magari sprecandoci una mezzoretta e qualche bestemmia mentre frugo tra la biancheria sparsa e le pentole ancora da lavare, e copiare il suo nome di difficile pronuncia per farvi capire di chi sto parlando, ma non lo faccio di proposito. Odio Bollywood.
Senza dubbio, isolato e preso così com'è, è un mondo affascinante, molto più del suo corrispettivo americano. Guardare un film indiano è un'esperienza che vale la pena, che diverte e non lascia mai indifferenti. Le scene sono sempre coloritissime, emanano quasi un profumo di incensi tropicali, gli attori hanno visi particolari, offrono espressioni spesso caricaturali, enfatiche, per noi talvolta buffe, le storie raccontate ruotano sempre intorno all'amore (scelta singolare in un paese dove il matrimonio combinato è tuttora considerato il più sicuro e preferibile) e spesso gli eventi si intrecciano in modo drammatico, prevedibile e un po' naive. C'è sempre un lieto fine. Tutti primo o poi danzano e cantano insieme in un turbinio di sari e costumi dai colori accesi. Bollywood concentra il suo potere a Mumbai, la capitale economica e culturale, una specie di Milano in formato orientale. Ricordo l'agglomerato minaccioso di grattacieli che si vedevano in lontananza mentre passeggiavamo sulla piacevole Marine Drive che costeggia il mare, ben 5 o 6 anni or sono. Non ci abbiamo mai messo piede. Mumbai è ben altro. E' molto altro. I palazzoni sgargianti sono lontani dal cuore pulsante della città. Mumbai è il viso di un bambino sporco e arruffato che ti chiede una rupia o un pezzo di chapati comprato da un venditore ambulante con le mani nere di polvere e non si sa cos'altro. E' l'alba che svela una città di lamiere e immondizia sotto cui vivono intere famiglie coperte di stracci. E' cumuli di rifiuti da cui attingono donne rugose e malate insieme ai cani randagi pelle ed ossa e corvi silenziosi e diffidenti. Mumbai è una giovane madre incinta circondata dai suoi bimbi che al tramonto prepara un giaciglio sul marciapiede. E' una donna cieca con la pelle corrosa dal sole che protende una tazza bucata e arruginita supplicando qualche soldo con la sua bocca arsa e senza denti. Mumbai è un inferno puzzolente sulla terra. E' la vita prosciugata e ridotta all'essenziale, alla sopravvivenza. E' la vita impensabile di intere famiglie che vivono tra il fango e qualche falò sotto i ponti della sopraelevata, che mangiano accocolate nelle immondizie accanto alle loro case di stracci. Sono gli occhi velati di una donna che non hanno più luce né colore.
Quando abbiamo lasciato Mumbai diretti ad Udaipur, abbiamo trascorso infinite ore in pullman viaggiando di notte. E' quasi impossibile percorrere strade in tempi ragionevoli. Ricordo che stavo ad occhi spalancati nel buio, coperta di polvere e sudore, avvolta nell'aria calda e soffocante, e vedevo scorrere davanti agli occhi la mia vita italiana con le sue annesse preoccupazioni. Quelli che consideravo problemi sembravano solo le sciochezze e i capricci infantili di un bimbetto di pochi anni, ancora ignaro del mondo e della vita. Mi facevano sorridere e prendere le distanze, e li trovavo rassicuranti. Per la prima volta avevo visto con orrore cosa voleva dire vivere veramente. Tutto quello che avevo lasciato qui in Italia era superfluo, buffo e senza senso. E per la prima volta mi sembrava di capire l'irragionevolezza della vita.
Ecco perché odio Bollywood. Quelle che ho descritto (molto brevemente) sono le scene che penso quando guardo l'attore della rivista e il suo bel viso liscio, pulito, curato, i suoi capelli corvini e impomatati.
Anche questa però è l'India, sempre più viva nelle sue innumerevoli sfaccettature e nelle mille contraddizioni.
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