No, non ho adottato il secondo cane. Dopo una nottata passata insonne a fumare sigarette in terrazza avvolta da una coperta come una profuga appena sbarcata a Lampedusa, ho deciso per il no, complice il mio cane che in quelle fumose ore notturne mi spiava perplesso e poi se ne tornava a dormire con uno sgrunt di disapprovazione. In compenso ne abbiamo salvati sette che ora se la godono lontani dalle sbarre squallide e oscene del canile lager da cui li abbiamo sottratti.
Sono passate le settimane da quel giorno di missione in terra straniera. In patria le giornate si sono avvolte su se stesse per poi srotolare tante belle perle di ilarità. Una di queste riflette bene la situazione dei giovani laureati italiani a caccia di lavoro e porta la firma luccicante di mia cognata, la mia dolcissima cognatina. Una cascata di riccioli biondi alla Candy Candy e un sorrisetto innocente da Bunny il leprotto. Facile farsi ingannare dalle apparenze, è una furbona micidiale. Laurea in ingegneria, conseguita con qualche fatica ma nei tempi giusti e con un poderoso calcio in culo, mia cognata non ha mai smesso un giorno di lavorare. Certo, è saltata da un'aziendula all'altra, in qualcuna le veniva spesso da vomitare solo a pensarci. Finalmente ha ottenuto il famigerato innarrivabile contratto a tempo indeterminato nella multinazionale dei suoi sogni. Alleluja alleluja. Lì si è ritrovata relegata in un becero sottoscala a compilare database (e io sono maligna quando dico che per lei era già tanto...). Ed ecco che molla tutto per un contrattino a progetto senza sbocco alcuno. Forse gli anni passavano anche per lei e la sensazione di giovinezza e spensieratezza dell'inflazionato contratto a progetto era impagabile. Poi, a trent'anni suonati da poco, ha scoperto la sua vera vocazione, fare l'artista. Persegue questa scelta con tanto di breviario sul comodino, il libro "Vita d'artista" o "Artista in 10 mosse" o roba simile, da cui trae ispirazione (e io ringrazio sempre il cielo per aver incontrato e sposato il primogenito, decisamente riuscito meglio). Da un paio d'anni si cimenta in video riprese, ovviamente aggregandosi con chi le sa fare sul serio o quasi, forse vampirizzando le idee altrui (cosa che le riesce piuttosto bene) e confondendo questa sua capacità col talento. Quindi ora ci ha annunciato che molla tutto sul serio per trasferirsi in una cittadina dell'Europa dell'est dove per un anno seguirà un corso per affinare la sua arte. Insomma tradotto: emigra con una borsa Erasmus stanziata per ventenni mantenuti da mamma e papà. E si sente una gran figa. Alla cena organizzata per darci l'incredibile notizia ci legge una lettera lunghissima dalla dubbia sintassi che ripercorre le tappe salienti della sua vita e il percorso tortuoso del suo destino che ora la spinge laggiù, in una fredda e angusta cittadina dell'est. Si aspetta baci e applausi, pacche sulle spalle, esultanti incoraggiamenti. La causa dell'assenza di essi viene attribuita a mio marito, che ha instillato in mamma tanta ansia e preoccupazione. Ci ripete con tono saggio e astuto che del futuro non v'è certezza. Quindi facciamo a pezzi quel che resta dell'oggi. E' un genio.
domenica 5 giugno 2011
venerdì 20 maggio 2011
Un taglio alla wish list
Sono stanca. Spesso nervosa e distratta. Ho diversi impegni o almeno così mi pare visto che non sono una grande organizzatrice del mio tempo, quindi combatto ogni giorno in trincea per uscire illesa dalle mie giornate. In tutto questo ho deciso di avere un altro cane. Ora, io adoro i cani, oltre a tutti gli altri animali. Amo spudoratamente il mio. Ma forse, mi sto dicendo in questi giorni, ho fatto una sonora cazzata.
Da piccola il mio sogno era di vivere in una casa nel bosco con tantissimi animali, anzi più che un sogno era un'aspirazione che confidavo sarebbe diventata dolcissima realtà nell'età adulta. Mia madre mi ha sempre limitato nei miei tentativi di tramutare casa nostra in un ricovero per specie in difficoltà, quindi da bambina non potevo che nutrire la fantasia di programmi per il futuro. Adesso che sono più che adulta, quasi in decadenza (esagero, ovviamente), questa bellissima casa nel bosco che pullula di creature meravigliose è rimasta un sogno. Anche perché l'idea di vendere la casa è rimasta anch'essa nella wish list. Insomma, mi sono rotta dei "vorrei" "mi piacerebbe" "che bello sarebbe" ecc... e sono passata all'azione. Conosco diverse realtà nel mondo del volontariato, dove poter adottare nuovi compagni pelosi. Ovviamente scartate tutte a priori, mi sono rivolta ad una sconosciuta che sottrae i cani dalla soppressione. Ho pensato, se devo fare questo passo, facciamolo per bene. Ho parlato con la volontaria che si occupa delle adozioni, una donna molto giovane che probabilmente, a giudicare dai nostri contatti, dev'essere tritata viva nel macero del lavoro quotidiano. Non so ancora cosa faccia nella vita, ma a occhio e croce si direbbe la responsabile di Wall Street. Non ha un secondo libero. Quando ne dispone, per un casuale miracolo, è una soravvissuta alle interminabili ore di lavoro e colleziona, per la stanchezza, una miriade di cazzate e sgarbatezze. Eppure sbircio in lei tratti poetici e malinconici, corredati da guizzi paranoici. Detto così, sembro conoscerla da tempo. In effetti son settimane che andiamo avanti a sentirci, al telefono o per mail, ma senza procedere di un passo visto che lei non riesce mai ad incontrarmi. Qualcuno potrebbe dirmi che tutto questo scambio comunicativo prolungato ed indefesso non fa che permettere la morte dei cani, dal momento che l'associazione di cui fa parte si occupa della loro salvezza. In effetti ci ho pensato anch'io, ma spero sempre che questa persona sia padrona della situazione. Così oggi finalmente è il grande giorno. Ci incontriamo. Naturalmente mi sfiancherò, mio malgrado, a mettere un minimo a posto la casa. Ma questo è ben poco. In realtà questa persona ha girato, montato, proiettato un film tutto suo nella sua testa. Mi ha già caricato di incombenze e responsabilità al mio primo accenno di collaborazione e disponibilità. Mi ha già parlato dei tre o quattro cani che gentilmente caricherò nella mia auto per sottrarli al canile, completamente ignara che io non ho l'auto dotata di rete per il trasporto animali, particolare che le ho subito confessato ma che lei non ha avuto il tempo di farne un concetto anche suo. E' già sicura che tutto andrà a meraviglia. Io fin dal principio ho chiaramente fatto capire che senza conoscere prima l'animale non mi porto a casa nessuno. Cioè, sono animata dalle migliori intenzioni ma vorrei prima verificare che il cane abbia il carattere giusto per convivere pacificamente col mio. E così sono incappata nell sua furia paranoica, che mi è costata una mail lunghissima alle 10 di sera, salvo poi scusarsi con un fiore in mano il giorno dopo incolpando la giornataccia strappaviscere sul lavoro. Allora, in tutto questo delirio, io temo di intraprendere una cazzata. Mio marito, accomodante e pacifico come al solito, comincia a essere percorso da dubbi e brividi d'ansia. Non me lo dice ma lo percepisco (che è peggio). Stenta a realizzare che domani ci recheremo in un paese straniero e ci addentreremo in un canile infernale per uscirne con il nostro nuovo cane. Ho tentato di prepararlo come si deve all'avvenimento, intavolando deboli discussioni di tipo pratico. Sospetto che lui confidi in me per la perfetta riuscita dell'operazione, cosa che mi riempie di non poca angoscia. Quindi rimbalzo da momenti preoccupati ad altri in cui fantastico sul nome da dare al nuovo compagno di vita, anzi compagna visto che sarà una femmina. Passo da giornate di perplessità ad altre in cui mi vedo abbracciare due cani in totale armonia con me stessa e col cosmo. Ma soprattutto mi chiedo: perché l'ho fatto?! Lo sapremo solo nei prossimi post.
Da piccola il mio sogno era di vivere in una casa nel bosco con tantissimi animali, anzi più che un sogno era un'aspirazione che confidavo sarebbe diventata dolcissima realtà nell'età adulta. Mia madre mi ha sempre limitato nei miei tentativi di tramutare casa nostra in un ricovero per specie in difficoltà, quindi da bambina non potevo che nutrire la fantasia di programmi per il futuro. Adesso che sono più che adulta, quasi in decadenza (esagero, ovviamente), questa bellissima casa nel bosco che pullula di creature meravigliose è rimasta un sogno. Anche perché l'idea di vendere la casa è rimasta anch'essa nella wish list. Insomma, mi sono rotta dei "vorrei" "mi piacerebbe" "che bello sarebbe" ecc... e sono passata all'azione. Conosco diverse realtà nel mondo del volontariato, dove poter adottare nuovi compagni pelosi. Ovviamente scartate tutte a priori, mi sono rivolta ad una sconosciuta che sottrae i cani dalla soppressione. Ho pensato, se devo fare questo passo, facciamolo per bene. Ho parlato con la volontaria che si occupa delle adozioni, una donna molto giovane che probabilmente, a giudicare dai nostri contatti, dev'essere tritata viva nel macero del lavoro quotidiano. Non so ancora cosa faccia nella vita, ma a occhio e croce si direbbe la responsabile di Wall Street. Non ha un secondo libero. Quando ne dispone, per un casuale miracolo, è una soravvissuta alle interminabili ore di lavoro e colleziona, per la stanchezza, una miriade di cazzate e sgarbatezze. Eppure sbircio in lei tratti poetici e malinconici, corredati da guizzi paranoici. Detto così, sembro conoscerla da tempo. In effetti son settimane che andiamo avanti a sentirci, al telefono o per mail, ma senza procedere di un passo visto che lei non riesce mai ad incontrarmi. Qualcuno potrebbe dirmi che tutto questo scambio comunicativo prolungato ed indefesso non fa che permettere la morte dei cani, dal momento che l'associazione di cui fa parte si occupa della loro salvezza. In effetti ci ho pensato anch'io, ma spero sempre che questa persona sia padrona della situazione. Così oggi finalmente è il grande giorno. Ci incontriamo. Naturalmente mi sfiancherò, mio malgrado, a mettere un minimo a posto la casa. Ma questo è ben poco. In realtà questa persona ha girato, montato, proiettato un film tutto suo nella sua testa. Mi ha già caricato di incombenze e responsabilità al mio primo accenno di collaborazione e disponibilità. Mi ha già parlato dei tre o quattro cani che gentilmente caricherò nella mia auto per sottrarli al canile, completamente ignara che io non ho l'auto dotata di rete per il trasporto animali, particolare che le ho subito confessato ma che lei non ha avuto il tempo di farne un concetto anche suo. E' già sicura che tutto andrà a meraviglia. Io fin dal principio ho chiaramente fatto capire che senza conoscere prima l'animale non mi porto a casa nessuno. Cioè, sono animata dalle migliori intenzioni ma vorrei prima verificare che il cane abbia il carattere giusto per convivere pacificamente col mio. E così sono incappata nell sua furia paranoica, che mi è costata una mail lunghissima alle 10 di sera, salvo poi scusarsi con un fiore in mano il giorno dopo incolpando la giornataccia strappaviscere sul lavoro. Allora, in tutto questo delirio, io temo di intraprendere una cazzata. Mio marito, accomodante e pacifico come al solito, comincia a essere percorso da dubbi e brividi d'ansia. Non me lo dice ma lo percepisco (che è peggio). Stenta a realizzare che domani ci recheremo in un paese straniero e ci addentreremo in un canile infernale per uscirne con il nostro nuovo cane. Ho tentato di prepararlo come si deve all'avvenimento, intavolando deboli discussioni di tipo pratico. Sospetto che lui confidi in me per la perfetta riuscita dell'operazione, cosa che mi riempie di non poca angoscia. Quindi rimbalzo da momenti preoccupati ad altri in cui fantastico sul nome da dare al nuovo compagno di vita, anzi compagna visto che sarà una femmina. Passo da giornate di perplessità ad altre in cui mi vedo abbracciare due cani in totale armonia con me stessa e col cosmo. Ma soprattutto mi chiedo: perché l'ho fatto?! Lo sapremo solo nei prossimi post.
martedì 5 aprile 2011
Uomini che lavorano (chi più, chi meno) - 2
Ormai ci sono poche vie di mezzo o equilibrate sfumature. Tranne quel solito gruppetto di uomini in carriera già apparso in Uomini che lavorano (chi più, chi meno) - 1, che effettivamente si può considerare esiguo, il restante esercito di amici e conoscenti di sesso maschile mi conforta sempre (anche se trovo difficile parlarne in modo esaustivo in un solo post). C'è poco cosa fare, se coi fanatici carrieristi mi sembra di parlare con un alieno appena sbarcato da Giove (e neppure da Marte, per quanto sono lontani da me), dediti solo ai loro successi e completamente privi di curiosità e informazione, tanto da non aver ancora capito che tipo di lavoro sarebbe il mio o non aver ancora compreso come il loro amico da decenni (mio marito) abbia potuto intraprendere una carriera senza prospettive reali di cieco arricchimento frenetico e sfrontato, col secondo gruppo mi sento a casa. Almeno gli argomenti di conversazione si sprecano. Non è difficile parlare di attualità, scambiarsi punti di vista anche divergenti senza rischiare di imbattersi in visi increduli e un po' imbecilli, raccontarsi episodi comici o parlare semplicemente di cinema o di animali. La crisi economica almeno sanno cos'è. Sanno che c'è. Credetemi che i primi, se per una pura casualità si ritrovano a parlarne, hanno lo stesso piglio di chi parla dell'omicidio di JFK nel lontano '63. Lo stesso distacco e perplessità, sarà stato davvero Oswald? Vabbè, con qualcuno di loro talvolta mi trovo bene. Uno in particolare ha conservato un pizzico di intelligenza e senso critico, anche se purtroppo la situazione degenera drasticamente quando si parla di conflitti mondiali: lui è un convinto guerrafondaio, guai a dissentire, anche se non ha mai fatto neppure un giorno nell'esercito. Ma gli uomini sono fatti così, lo sa bene sua moglie che infatti è una persona in gamba.
Così ultimamente, nel vasto e profondo mare degli uomini che arrancano barbaramente nel lavoro, conto un nuovo membro da poco disoccupato, certo però di poter fare tutto ma poi in concreto passa da un licenziamento all'altro, un altro che ogni anno si cimenta in un sempre nuovo corso professionale (che poi di professionale ha ben poco visto che lui rimane senza lavoro), un altro ancora che con due lauree ancora non ha capito quale strada faccia per lui, un amico che finalmente, dopo anni, ha conquistato un contratto statale per la vita ma non è contento e vive in perenne crisi con se stesso e con la sua privata sfera sessuale con cui non ha mai fatto i conti, due che vivono beatamente alle spalle della moglie che si ammazza di lavoro, un altro che ha chiuso la ditta dopo un pauroso accumulo di debiti e si è gettato nell'allevamento di cani, mestiere molto più dispendioso del primo ma soprattutto molto più ricco di sconfitte e fallimenti. Ah sì, immancabile, quello che barcolla nel precariato senza fine della scuola. Questa bella pappardella è tanto per citarne alcuni, quelli che frequento di più. Ora si è aggiunto un nuovo membro, il trentenne che si rifiuta di lavorare in attesa del licenziamento ma che ha astutamente trovato la gallina dalle uova d'oro, una cinquantenne distrutta dalle crisi depressive ma con una bella villa degna di un magnate della Brianza. Per la verità la sua storia professionale è oscura, forse sono stata avventata nel dire che rifiuta il lavoro, fatto sta che dal suo discorso è emerso un mondo di permessi per malattia da far invidia al Malato Immaginario di Molière. Quindi ora la sua vita sonnecchia nell'attesa del licenziamento ufficiale, per poi impugnarlo davanti ad un giudice. Stare a casa da un anno, però, gli pesa. Me lo confessa da dietro i suoi occhialoni scuri che vorrebbe gli conferissero un'aria fascinosa stile Top Gun, mentre guida sicuro e spavaldo la sua bella Marcedes. Fisicamente sembra avere la forza di un toro, alto e robusto, caratteristica che probabilmente non è passata inosservata alla cinquantenne depressa che ora lo culla in casa, anzi nel villone. Ho conosciuto questo personaggio ambiguo una mattina e già nel pomeriggio mi ritrovo una sua richiesta di amicizia su Facebook, messaggi privati e in chat, segno forse che non solo la vita casalinga gli pesa. Sono stata costretta a passare offline alla velocità della luce.
Così ultimamente, nel vasto e profondo mare degli uomini che arrancano barbaramente nel lavoro, conto un nuovo membro da poco disoccupato, certo però di poter fare tutto ma poi in concreto passa da un licenziamento all'altro, un altro che ogni anno si cimenta in un sempre nuovo corso professionale (che poi di professionale ha ben poco visto che lui rimane senza lavoro), un altro ancora che con due lauree ancora non ha capito quale strada faccia per lui, un amico che finalmente, dopo anni, ha conquistato un contratto statale per la vita ma non è contento e vive in perenne crisi con se stesso e con la sua privata sfera sessuale con cui non ha mai fatto i conti, due che vivono beatamente alle spalle della moglie che si ammazza di lavoro, un altro che ha chiuso la ditta dopo un pauroso accumulo di debiti e si è gettato nell'allevamento di cani, mestiere molto più dispendioso del primo ma soprattutto molto più ricco di sconfitte e fallimenti. Ah sì, immancabile, quello che barcolla nel precariato senza fine della scuola. Questa bella pappardella è tanto per citarne alcuni, quelli che frequento di più. Ora si è aggiunto un nuovo membro, il trentenne che si rifiuta di lavorare in attesa del licenziamento ma che ha astutamente trovato la gallina dalle uova d'oro, una cinquantenne distrutta dalle crisi depressive ma con una bella villa degna di un magnate della Brianza. Per la verità la sua storia professionale è oscura, forse sono stata avventata nel dire che rifiuta il lavoro, fatto sta che dal suo discorso è emerso un mondo di permessi per malattia da far invidia al Malato Immaginario di Molière. Quindi ora la sua vita sonnecchia nell'attesa del licenziamento ufficiale, per poi impugnarlo davanti ad un giudice. Stare a casa da un anno, però, gli pesa. Me lo confessa da dietro i suoi occhialoni scuri che vorrebbe gli conferissero un'aria fascinosa stile Top Gun, mentre guida sicuro e spavaldo la sua bella Marcedes. Fisicamente sembra avere la forza di un toro, alto e robusto, caratteristica che probabilmente non è passata inosservata alla cinquantenne depressa che ora lo culla in casa, anzi nel villone. Ho conosciuto questo personaggio ambiguo una mattina e già nel pomeriggio mi ritrovo una sua richiesta di amicizia su Facebook, messaggi privati e in chat, segno forse che non solo la vita casalinga gli pesa. Sono stata costretta a passare offline alla velocità della luce.
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mercoledì 30 marzo 2011
Misteri del palinsesto
Finalmente avevano creato un programmino decente per la televisione. Non ne ero una fan sfegatata ma era piacevole da guardare se per caso non avevo nulla di meglio da fare. La verità è che l'ho guardato sempre, perché mio marito si divertiva un mondo (beato lui, che chiaramente non ha di questi problemi). Si chiamava Il contratto: 3 giovani partecipanti dovevano accapparrarsi realmente un contratto a tempo indeterminato per l'azienda di turno che lo metteva a disposizione, dopo un periodo di stage di una settimana, monitorato ovviamente dalle telecamere. I partecipanti, nel frattempo, invece di rilassarsi alla fine dell'orario di lavoro, magari raccimolando le forze per i giorni seguenti, venivano ulteriormente torturati dai sadici esercizi ludici del tutor, inviato per l'occasione a casa loro ogni sera (della serie, che ti tocca fa' pe' campà).
Parlo al passato perché dopo le prime 4 o 5 puntate è stato eliminato dal palinsesto serale e catapultato in una fascia oraria per nonnetti semi-deambulanti con catetere strisciante al fianco. Grazie mille, davvero. Grazie perché, dopo le innumerevoli serate in compagnia dei cassaintegrati con 8 figli e la moglie disoccupata, i licenziati di fresco dalle grosse multinazionali reduci dalla bancarotta fraudolenta e via dicendo, si poteva assistere ad una tiepida e arrancante alternativa, ad un flebile tentativo d'aiuto in forma gradevole e simpatica. Non sono contraria ai cassaintegrati o ai licenziati di fresco, ovviamente no, anzi, ci mancherebbe. Certo che assistere impotenti a questo sfacelo sociale senza proporre, concretamente, soluzioni o alternative o semplicemente senza tendere una mano, alla lunga stanca. Ecco che questo programmino de La7 proponeva consigli, suggerimenti (oltre a promuovere diverse realtà aziendali), interrogava esperti e tentava di dare una risposta a tutti quelli che cercano disperatamente un lavoro che non si trova, magari dopo mille anni di studio e precarietà. Tra l'altro si riusciva a sbirciare anche tra i profili realmente ricercati dalle aziende, si comprendeva finalmente qual è il candidato ideale. Insomma, uno spiraglio di speranza. Un programma interessante, che ora potranno godersi i nonnetti in tutta calma ciucciando la minestra con la cannuccia. Loro sì che ne hanno bisogno. Grazie, grazie di cuore!
Parlo al passato perché dopo le prime 4 o 5 puntate è stato eliminato dal palinsesto serale e catapultato in una fascia oraria per nonnetti semi-deambulanti con catetere strisciante al fianco. Grazie mille, davvero. Grazie perché, dopo le innumerevoli serate in compagnia dei cassaintegrati con 8 figli e la moglie disoccupata, i licenziati di fresco dalle grosse multinazionali reduci dalla bancarotta fraudolenta e via dicendo, si poteva assistere ad una tiepida e arrancante alternativa, ad un flebile tentativo d'aiuto in forma gradevole e simpatica. Non sono contraria ai cassaintegrati o ai licenziati di fresco, ovviamente no, anzi, ci mancherebbe. Certo che assistere impotenti a questo sfacelo sociale senza proporre, concretamente, soluzioni o alternative o semplicemente senza tendere una mano, alla lunga stanca. Ecco che questo programmino de La7 proponeva consigli, suggerimenti (oltre a promuovere diverse realtà aziendali), interrogava esperti e tentava di dare una risposta a tutti quelli che cercano disperatamente un lavoro che non si trova, magari dopo mille anni di studio e precarietà. Tra l'altro si riusciva a sbirciare anche tra i profili realmente ricercati dalle aziende, si comprendeva finalmente qual è il candidato ideale. Insomma, uno spiraglio di speranza. Un programma interessante, che ora potranno godersi i nonnetti in tutta calma ciucciando la minestra con la cannuccia. Loro sì che ne hanno bisogno. Grazie, grazie di cuore!
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lunedì 28 marzo 2011
Le feste della speranza
Ormai si ha una certa età (la mia) in cui tante cose devono essere dimenticate. Non per mettere la testa a posto, o perché non scaturiscono più spontanee, ma semplicemente perché non c'è nessun altro con cui condividerle. Tristemente solo questo. Succede con le serate in discoteca, ormai uno sgargiante ricordo del passato, quando io e mio marito spensierati e traboccanti di vitalità da vendere incontravamo l'alba mentre tornavamo, a pezzi, a casa. Erano nottate trascorse con gli amici, magari anche solo un paio d'ore, ma che davano un senso alle serate. Poi guadualmente questi amici sono spariti, si sono suicidati nella vita domestica e indaffarata, nella crescita snervante dei figli, nelle tiepide crisi coniugali, insomma nella solita vita di merda a cui tutti, sembra, dobbiamo rassegnarci. All'inizio andavamo a ballare da soli, stoicamente. Ogni tanto ci seguiva qualche amico single (sempre uomini, i soli a brancolare nel buio della solitudine), poi gradualmente chiusero le discoteche abituali e quindi, anche noi, ci ritrovammo a rincasare ad orari che fino a poco prima ci sembravano da collegio di suore.
L'unica abitudine sopravvissuta al massacro è la cena fuori o a casa da amici, talvolta soprannominata festa.
L'invito alle feste è per me l'eco di momenti lontani quando, splendente nella mia giovinezza, ne combinavo di tutti i colori, conoscevo gente nuova, mi dilettavo in colpi di testa irripetibili, talvolta mi ubriacavo, flirtavo un po' con tutti e via dicendo. Appena varcato l'uscio della festa al giorno d'oggi, tutti questi ricordi crollano fragorosamente in pezzi. La fauna che si incontra alle feste dei 30-40enni è gente timida, silenziosa, all'inizio riservata. Tutte coppiette, sbuca qua e là qualche paffuto pargoletto, i cui genitori vivono in ansia repressa con l'occhio sempre vigile sull'orologio, fa capolino qualche single chiaramente a disagio ma con una gran voglia di socializzare, la musica di sottofondo è sempre soffusa o emessa ad una frequenza udibile forse solo dai topi. Abbondano i manicaretti di ogni tipo, i padroni di casa ne sfoggiano sempre nuovi orgogliosi di aver trascorso l'intera giornata ai fornelli per eseguire le ricette più introvabili ed esotiche sulla faccia della terra. Tutto si risolve in serene chiacchierate con la bocca piena di cous cous di origine yemenita ma bollito con le verdure alla maniera pakistana, ognuno compostamente ingabbiato nella propria sedia a scambiarsi qualche esperienza o a cercare punti d'interesse col vicino di posto mai visto prima. Qualcuno chiama a raccolta gli amici fumatori per una fuga in qualche zona esterna della casa, dove tutto sommato la convivialità brilla molto più che all'interno. Gli uomini, quando l'ambiente si scalda almeno un po', si gloriano delle proprie mansioni lavorative o tentano, alzandosi in piedi, di attirare l'attenzione sulla propria fervida sfera professionale. Attenzione, questo è il momento che mi ha più colpito dell'ultima festa a cui siamo andati. Così le donne si agganciano all'occasione, condividendo le proprie scelte ed esperienze di vita. Tutti si riempiono ora la bocca di paroloni e il cous cous viene dimenticato nell'attesa della digestione. Le occupazioni più disparate e degne di Zelig sono adagiate con fierezza sul piatto. Tutti sembrano impazienti di dimostrare qualcosa, di rendere partecipi gli altri delle proprie vittorie. Mio marito, in questa fase, di solito si diverte a far credere di fare tutt'altro mentre io gli assesto qualche calcetto sotto la sedia.
Dopo un'oretta di colloqui professionali ecco che molti degli invitati mettono mano al portafoglio, frugano nelle tasche e distribuiscono bigliettini da visita. Questa è la parte che mi diverte di più. Torno a casa con la tasca gonfia di bigliettini dove trionfano consulenze, public relations, servizi vari e fantasiosi e dietro a cui si cela una vibrante precarietà. Le feste dei 30-40enni non sono altro che un momento di promozione personale, altrimenti detto di speranza. Questa è la realtà. La speranza di conoscere persone che ti facciano lavorare, che ti aiutino a trovare quell'aggancio, quel contatto, che ti permetterebbe (forse, chissà) di portare a casa uno stipendio quasi degno. Una ragazza mi regala addirittura una piccola brochure tascabile. Poveretta, non sa a chi la sta donando. Ha appena aperto, con delle amiche, la sua bella ditta. All'interno, una sfilza inenarrabile di servizi, dai siti web ai viaggi su misura e alle traduzioni e all'organizzazione di feste per bambini. Questo è il trend del momento, cioè tradotto: se nessuno mi commisiona un sito web potrebbe, con un po' di fortuna, farmi riempire il piatto con un bel viaggio. O forse non sa l'inglese, o sta impazzendo nel trovare un clown per la festicciola del figlioletto che compie 3 anni.
In questa selva di biglietti da visita io mi tengo stretto il mio. Dubito che i miei colleghi di sventura possano darmi concretamente una mano. Decido in una flebile e perplessa campagna pubblicitaria anch'io, ed ecco che una ragazza mi sorride e si dimostra interessata. Ha concluso da pochi minuti la sua auto promozione. Le spiego, senza grosse illusioni, alcune cose che potrebbero fare al caso suo ma lei si ammoscia: non è un bel momento, questo, non ha ancora molti clienti e non sa se avrà entro l'anno i soldi per pagarmi.
Mi rituffo nel cous cous yemenita-pakistano. Effettivamente è squisito.
L'unica abitudine sopravvissuta al massacro è la cena fuori o a casa da amici, talvolta soprannominata festa.
L'invito alle feste è per me l'eco di momenti lontani quando, splendente nella mia giovinezza, ne combinavo di tutti i colori, conoscevo gente nuova, mi dilettavo in colpi di testa irripetibili, talvolta mi ubriacavo, flirtavo un po' con tutti e via dicendo. Appena varcato l'uscio della festa al giorno d'oggi, tutti questi ricordi crollano fragorosamente in pezzi. La fauna che si incontra alle feste dei 30-40enni è gente timida, silenziosa, all'inizio riservata. Tutte coppiette, sbuca qua e là qualche paffuto pargoletto, i cui genitori vivono in ansia repressa con l'occhio sempre vigile sull'orologio, fa capolino qualche single chiaramente a disagio ma con una gran voglia di socializzare, la musica di sottofondo è sempre soffusa o emessa ad una frequenza udibile forse solo dai topi. Abbondano i manicaretti di ogni tipo, i padroni di casa ne sfoggiano sempre nuovi orgogliosi di aver trascorso l'intera giornata ai fornelli per eseguire le ricette più introvabili ed esotiche sulla faccia della terra. Tutto si risolve in serene chiacchierate con la bocca piena di cous cous di origine yemenita ma bollito con le verdure alla maniera pakistana, ognuno compostamente ingabbiato nella propria sedia a scambiarsi qualche esperienza o a cercare punti d'interesse col vicino di posto mai visto prima. Qualcuno chiama a raccolta gli amici fumatori per una fuga in qualche zona esterna della casa, dove tutto sommato la convivialità brilla molto più che all'interno. Gli uomini, quando l'ambiente si scalda almeno un po', si gloriano delle proprie mansioni lavorative o tentano, alzandosi in piedi, di attirare l'attenzione sulla propria fervida sfera professionale. Attenzione, questo è il momento che mi ha più colpito dell'ultima festa a cui siamo andati. Così le donne si agganciano all'occasione, condividendo le proprie scelte ed esperienze di vita. Tutti si riempiono ora la bocca di paroloni e il cous cous viene dimenticato nell'attesa della digestione. Le occupazioni più disparate e degne di Zelig sono adagiate con fierezza sul piatto. Tutti sembrano impazienti di dimostrare qualcosa, di rendere partecipi gli altri delle proprie vittorie. Mio marito, in questa fase, di solito si diverte a far credere di fare tutt'altro mentre io gli assesto qualche calcetto sotto la sedia.
Dopo un'oretta di colloqui professionali ecco che molti degli invitati mettono mano al portafoglio, frugano nelle tasche e distribuiscono bigliettini da visita. Questa è la parte che mi diverte di più. Torno a casa con la tasca gonfia di bigliettini dove trionfano consulenze, public relations, servizi vari e fantasiosi e dietro a cui si cela una vibrante precarietà. Le feste dei 30-40enni non sono altro che un momento di promozione personale, altrimenti detto di speranza. Questa è la realtà. La speranza di conoscere persone che ti facciano lavorare, che ti aiutino a trovare quell'aggancio, quel contatto, che ti permetterebbe (forse, chissà) di portare a casa uno stipendio quasi degno. Una ragazza mi regala addirittura una piccola brochure tascabile. Poveretta, non sa a chi la sta donando. Ha appena aperto, con delle amiche, la sua bella ditta. All'interno, una sfilza inenarrabile di servizi, dai siti web ai viaggi su misura e alle traduzioni e all'organizzazione di feste per bambini. Questo è il trend del momento, cioè tradotto: se nessuno mi commisiona un sito web potrebbe, con un po' di fortuna, farmi riempire il piatto con un bel viaggio. O forse non sa l'inglese, o sta impazzendo nel trovare un clown per la festicciola del figlioletto che compie 3 anni.
In questa selva di biglietti da visita io mi tengo stretto il mio. Dubito che i miei colleghi di sventura possano darmi concretamente una mano. Decido in una flebile e perplessa campagna pubblicitaria anch'io, ed ecco che una ragazza mi sorride e si dimostra interessata. Ha concluso da pochi minuti la sua auto promozione. Le spiego, senza grosse illusioni, alcune cose che potrebbero fare al caso suo ma lei si ammoscia: non è un bel momento, questo, non ha ancora molti clienti e non sa se avrà entro l'anno i soldi per pagarmi.
Mi rituffo nel cous cous yemenita-pakistano. Effettivamente è squisito.
mercoledì 9 febbraio 2011
Sì...o forse no
Ieri è stata una giornata micidiale.
Abbiamo convocato un nuovo agente immobiliare. L'altro ci aveva lasciati delusi, con la sensazione amara di vaga disonestà e cupidigia, e lasciamo stare se non era proprio un genio in psicologia. Fatto sta che, contratto capestro di vendita alla mano, non l'abbiamo firmato e siamo passati ad altro. Quindi trascorro la giornata di ieri a rendere presentabile la casa, vedendo il suo arrivo in serata come una scenetta horror di un film giapponese. La perfezione non esiste ovviamente, quindi diciamo che mi son data da fare senza esagerazioni, e in cuor mio chiedendomi se aveva senso tutto quell'impegno dal momento che l'acquirente non era lui (ma vivevo la situazione come se lo fosse, non so perché). C'erano curiose analogie tra i due venditori, per esempio entrambi si sono subito dichiarati terrorizzati dai cani (offrendoci una cattiva impressione, tanto che mio marito se n'è uscito così: "Vedi, te l'avevo detto che sono tutti pezzi di merda") e hanno suonato il campanello con buoni dieci minuti di anticipo, gettandomi nello scompiglio ieri sera mentre stavo appena raccogliendo le mie mutandine dal divano. Stavolta lo accolgo io, mentre mio marito si sta spupazzando l'appuntamento fisso coi pallosissimi scrutini. All'inizio è indifferente e silenzioso e mi segue nelle varie stanze e nelle mie eloquenti descrizioni (ho scoperto che adoro illustrare casa mia), mentre il cane segue lui tallonandolo da bravo guardiano di casa (si fa per dire, ho dovuto allontanarlo di nascosto più volte mentre cercava di scoparsi la sua gamba). Lo sorprendo improvvisamente con la terrazza e mentre io me ne sto appoggiata allo stipite della porta congelata dal freddo umido, lui impalato accanto al gelsomino mi dice, con serafico stupore: "Ma siete sicuri che volete venderla? E' bellissima sta casa." Forse un po' colta impreparata, lo ringrazio, gli racconto di favolosi giardini fuori provincia come fossero la mia fiaba preferita ma lui alza le sopracciglia in segno di incredulità e disapprovazione. Mi elenca meticolosamente tutti i vantaggi del nostro immobile, demolendomi senza pietà le agognate case con giardino su cui sto sbavando da anni, lo confesso. Ecco, non pensavo esistessero agenti immobiliari che ti convincono a non vendere. E io che già mi vedevo scrivere nuovi post su questo blog seduta comodamente all'ombra di un rigoglioso albero da frutta...Stiamo facendo forse un'enorme cazzata, ci chiediamo per tutta la sera e dopo perigliose elucubrazioni crolliamo spossati sul divano alle 22.
Abbiamo convocato un nuovo agente immobiliare. L'altro ci aveva lasciati delusi, con la sensazione amara di vaga disonestà e cupidigia, e lasciamo stare se non era proprio un genio in psicologia. Fatto sta che, contratto capestro di vendita alla mano, non l'abbiamo firmato e siamo passati ad altro. Quindi trascorro la giornata di ieri a rendere presentabile la casa, vedendo il suo arrivo in serata come una scenetta horror di un film giapponese. La perfezione non esiste ovviamente, quindi diciamo che mi son data da fare senza esagerazioni, e in cuor mio chiedendomi se aveva senso tutto quell'impegno dal momento che l'acquirente non era lui (ma vivevo la situazione come se lo fosse, non so perché). C'erano curiose analogie tra i due venditori, per esempio entrambi si sono subito dichiarati terrorizzati dai cani (offrendoci una cattiva impressione, tanto che mio marito se n'è uscito così: "Vedi, te l'avevo detto che sono tutti pezzi di merda") e hanno suonato il campanello con buoni dieci minuti di anticipo, gettandomi nello scompiglio ieri sera mentre stavo appena raccogliendo le mie mutandine dal divano. Stavolta lo accolgo io, mentre mio marito si sta spupazzando l'appuntamento fisso coi pallosissimi scrutini. All'inizio è indifferente e silenzioso e mi segue nelle varie stanze e nelle mie eloquenti descrizioni (ho scoperto che adoro illustrare casa mia), mentre il cane segue lui tallonandolo da bravo guardiano di casa (si fa per dire, ho dovuto allontanarlo di nascosto più volte mentre cercava di scoparsi la sua gamba). Lo sorprendo improvvisamente con la terrazza e mentre io me ne sto appoggiata allo stipite della porta congelata dal freddo umido, lui impalato accanto al gelsomino mi dice, con serafico stupore: "Ma siete sicuri che volete venderla? E' bellissima sta casa." Forse un po' colta impreparata, lo ringrazio, gli racconto di favolosi giardini fuori provincia come fossero la mia fiaba preferita ma lui alza le sopracciglia in segno di incredulità e disapprovazione. Mi elenca meticolosamente tutti i vantaggi del nostro immobile, demolendomi senza pietà le agognate case con giardino su cui sto sbavando da anni, lo confesso. Ecco, non pensavo esistessero agenti immobiliari che ti convincono a non vendere. E io che già mi vedevo scrivere nuovi post su questo blog seduta comodamente all'ombra di un rigoglioso albero da frutta...Stiamo facendo forse un'enorme cazzata, ci chiediamo per tutta la sera e dopo perigliose elucubrazioni crolliamo spossati sul divano alle 22.
martedì 8 febbraio 2011
Wonderwomen
Non so se solo io l'ho notato, ma le donne in genere sono fenomenali. Si sobbarcano di mille cose da fare e le fanno, tutte in modo eccezionale ed ineccepibile. Si impegnano fino in fondo nelle responsabilità e nei compiti che vengono assegnati o che si auto infliggono. Scopro ogni giorno wonderwomen con figli e mariti capricciosi ed esigenti che riescono a fronteggiare imprevisti domestici e a trionfare su quelli professionali. Sanno fare tutto. Impressionante. Leggo ogni tanto (e mi ritraggo per pudore) di mamme blogger bolognesi o addirittura milanesi che cucinano manicaretti, crescono col sudore nidiate di figli, accolgono un marito scipito (perché non ne parlano mai come compagno di vita) che torna dal lavoro in una casa totalmente e perfettamente in ordine. E, non ultimo, guadagnano uno stipendio decoroso. Spesso sento strillare slogan, in televisione o nei giornali, che tentano di convertire goffamente le donne (e che trovo molto offensivi, ma questo è un altro discorso). Suggerimenti tipo: "Per una volta, metti in un angolo la scopa e fatti bella per una romantica cena fuori..." (il tutto contornato da panciuti cuoricini fucsia), oppure: "Non diventare matta nella lotta contro la polvere: per una volta fatti regalare un trattamento rassodante, il tuo lui ne sarà più contento..." Potrebbero essere segni inequivocabili, questi, che donne simili esistono, che non sono solo il frutto di qualche neo mamma che tenta di pavoneggiarsi con le altre nel suo blog facendo credere di avere ricevuto in dono una giornata interminabile di 50 ore, alla faccia delle sfigate che rimangono stazionarie sulle 24. L'ultimo slogan l'ha trovato mio marito, in una pubblicità per San Valentino (risate a crepapelle seguite da sdegno).
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
lunedì 7 febbraio 2011
Mumbai
Stamattina appena sveglia e di umore ancora ambiguo intravvedo con la coda dell'occhio una rivista aperta. La pagina mostrava un primo piano di un uomo dalle fattezze medio orientali, che in realtà mi ricordava qualche vecchia foto di mio padre negli anni sessanta o di qualche altro parente da quella parte dell'albero genealogico. Tratti forti e mediterranei. Sorseggiando la mia solita tazzona di caffé (buonissimo quello regalatomi dall'uomo del miracolo) leggo che l'articolo parla di una ricca e famosa star di Bollywood, ritratta nella foto. E' un attore, come la maggior parte del cinema indiano, bello fortunatissimo e adorato in patria. Ha avuto tutto dalla vita, probabilmente senza grossi sforzi visto che proviene da una famiglia indiana molto benestante che gli ha permesso anche gli studi all'estero. Potrei andare a pescare quella rivista nel disordine che regna sempre sovrano in casa mia, magari sprecandoci una mezzoretta e qualche bestemmia mentre frugo tra la biancheria sparsa e le pentole ancora da lavare, e copiare il suo nome di difficile pronuncia per farvi capire di chi sto parlando, ma non lo faccio di proposito. Odio Bollywood.
Senza dubbio, isolato e preso così com'è, è un mondo affascinante, molto più del suo corrispettivo americano. Guardare un film indiano è un'esperienza che vale la pena, che diverte e non lascia mai indifferenti. Le scene sono sempre coloritissime, emanano quasi un profumo di incensi tropicali, gli attori hanno visi particolari, offrono espressioni spesso caricaturali, enfatiche, per noi talvolta buffe, le storie raccontate ruotano sempre intorno all'amore (scelta singolare in un paese dove il matrimonio combinato è tuttora considerato il più sicuro e preferibile) e spesso gli eventi si intrecciano in modo drammatico, prevedibile e un po' naive. C'è sempre un lieto fine. Tutti primo o poi danzano e cantano insieme in un turbinio di sari e costumi dai colori accesi. Bollywood concentra il suo potere a Mumbai, la capitale economica e culturale, una specie di Milano in formato orientale. Ricordo l'agglomerato minaccioso di grattacieli che si vedevano in lontananza mentre passeggiavamo sulla piacevole Marine Drive che costeggia il mare, ben 5 o 6 anni or sono. Non ci abbiamo mai messo piede. Mumbai è ben altro. E' molto altro. I palazzoni sgargianti sono lontani dal cuore pulsante della città. Mumbai è il viso di un bambino sporco e arruffato che ti chiede una rupia o un pezzo di chapati comprato da un venditore ambulante con le mani nere di polvere e non si sa cos'altro. E' l'alba che svela una città di lamiere e immondizia sotto cui vivono intere famiglie coperte di stracci. E' cumuli di rifiuti da cui attingono donne rugose e malate insieme ai cani randagi pelle ed ossa e corvi silenziosi e diffidenti. Mumbai è una giovane madre incinta circondata dai suoi bimbi che al tramonto prepara un giaciglio sul marciapiede. E' una donna cieca con la pelle corrosa dal sole che protende una tazza bucata e arruginita supplicando qualche soldo con la sua bocca arsa e senza denti. Mumbai è un inferno puzzolente sulla terra. E' la vita prosciugata e ridotta all'essenziale, alla sopravvivenza. E' la vita impensabile di intere famiglie che vivono tra il fango e qualche falò sotto i ponti della sopraelevata, che mangiano accocolate nelle immondizie accanto alle loro case di stracci. Sono gli occhi velati di una donna che non hanno più luce né colore.
Quando abbiamo lasciato Mumbai diretti ad Udaipur, abbiamo trascorso infinite ore in pullman viaggiando di notte. E' quasi impossibile percorrere strade in tempi ragionevoli. Ricordo che stavo ad occhi spalancati nel buio, coperta di polvere e sudore, avvolta nell'aria calda e soffocante, e vedevo scorrere davanti agli occhi la mia vita italiana con le sue annesse preoccupazioni. Quelli che consideravo problemi sembravano solo le sciochezze e i capricci infantili di un bimbetto di pochi anni, ancora ignaro del mondo e della vita. Mi facevano sorridere e prendere le distanze, e li trovavo rassicuranti. Per la prima volta avevo visto con orrore cosa voleva dire vivere veramente. Tutto quello che avevo lasciato qui in Italia era superfluo, buffo e senza senso. E per la prima volta mi sembrava di capire l'irragionevolezza della vita.
Ecco perché odio Bollywood. Quelle che ho descritto (molto brevemente) sono le scene che penso quando guardo l'attore della rivista e il suo bel viso liscio, pulito, curato, i suoi capelli corvini e impomatati.
Anche questa però è l'India, sempre più viva nelle sue innumerevoli sfaccettature e nelle mille contraddizioni.
Senza dubbio, isolato e preso così com'è, è un mondo affascinante, molto più del suo corrispettivo americano. Guardare un film indiano è un'esperienza che vale la pena, che diverte e non lascia mai indifferenti. Le scene sono sempre coloritissime, emanano quasi un profumo di incensi tropicali, gli attori hanno visi particolari, offrono espressioni spesso caricaturali, enfatiche, per noi talvolta buffe, le storie raccontate ruotano sempre intorno all'amore (scelta singolare in un paese dove il matrimonio combinato è tuttora considerato il più sicuro e preferibile) e spesso gli eventi si intrecciano in modo drammatico, prevedibile e un po' naive. C'è sempre un lieto fine. Tutti primo o poi danzano e cantano insieme in un turbinio di sari e costumi dai colori accesi. Bollywood concentra il suo potere a Mumbai, la capitale economica e culturale, una specie di Milano in formato orientale. Ricordo l'agglomerato minaccioso di grattacieli che si vedevano in lontananza mentre passeggiavamo sulla piacevole Marine Drive che costeggia il mare, ben 5 o 6 anni or sono. Non ci abbiamo mai messo piede. Mumbai è ben altro. E' molto altro. I palazzoni sgargianti sono lontani dal cuore pulsante della città. Mumbai è il viso di un bambino sporco e arruffato che ti chiede una rupia o un pezzo di chapati comprato da un venditore ambulante con le mani nere di polvere e non si sa cos'altro. E' l'alba che svela una città di lamiere e immondizia sotto cui vivono intere famiglie coperte di stracci. E' cumuli di rifiuti da cui attingono donne rugose e malate insieme ai cani randagi pelle ed ossa e corvi silenziosi e diffidenti. Mumbai è una giovane madre incinta circondata dai suoi bimbi che al tramonto prepara un giaciglio sul marciapiede. E' una donna cieca con la pelle corrosa dal sole che protende una tazza bucata e arruginita supplicando qualche soldo con la sua bocca arsa e senza denti. Mumbai è un inferno puzzolente sulla terra. E' la vita prosciugata e ridotta all'essenziale, alla sopravvivenza. E' la vita impensabile di intere famiglie che vivono tra il fango e qualche falò sotto i ponti della sopraelevata, che mangiano accocolate nelle immondizie accanto alle loro case di stracci. Sono gli occhi velati di una donna che non hanno più luce né colore.
Quando abbiamo lasciato Mumbai diretti ad Udaipur, abbiamo trascorso infinite ore in pullman viaggiando di notte. E' quasi impossibile percorrere strade in tempi ragionevoli. Ricordo che stavo ad occhi spalancati nel buio, coperta di polvere e sudore, avvolta nell'aria calda e soffocante, e vedevo scorrere davanti agli occhi la mia vita italiana con le sue annesse preoccupazioni. Quelli che consideravo problemi sembravano solo le sciochezze e i capricci infantili di un bimbetto di pochi anni, ancora ignaro del mondo e della vita. Mi facevano sorridere e prendere le distanze, e li trovavo rassicuranti. Per la prima volta avevo visto con orrore cosa voleva dire vivere veramente. Tutto quello che avevo lasciato qui in Italia era superfluo, buffo e senza senso. E per la prima volta mi sembrava di capire l'irragionevolezza della vita.
Ecco perché odio Bollywood. Quelle che ho descritto (molto brevemente) sono le scene che penso quando guardo l'attore della rivista e il suo bel viso liscio, pulito, curato, i suoi capelli corvini e impomatati.
Anche questa però è l'India, sempre più viva nelle sue innumerevoli sfaccettature e nelle mille contraddizioni.
venerdì 4 febbraio 2011
L'uomo del miracolo
Proprio l'altra sera, dopo l'ultimo appuntamento col mio agente immobiliare e fine psicologo, m'intrufolo al supermercato per fare i miei soliti esigui acquisti all'insegna del risparmio e delle offerte speciali (motivo di frequenti discussioni con mio marito, che adora la mega spesa consumistica da famiglia di neocatecumini incalliti, non avendo ancora capito che ad usufruirne siamo in due e non 15).
Tra gli scaffali adocchio uno spilungone che si aggira frettolosamente trascinandosi dietro diverse borse e borsoni, e che subito riconosco essere una vecchia conoscenza del liceo. Immutato nel tempo, conserva la sua aria un po' buffa e distratta mentre io, con le mie solite quattro cose sotto il braccio, censuro il mio desiderio di salutarlo dando già per scontato che mai si ricorderà il mio viso perso nella memoria dei decenni. In realtà la curiosità non mi manca, ben sapendo il suo passato: studioso modello, indole estroversa e creativa, originalissimo ed eccentrico, dopo il liceo aveva optato per la carriera ecclesiastica (uuuhhh ohhh!!!) e lo si vedeva saltuariamente aggirarsi per città col collarino da prete o semiprete o roba simile (francamente ignoro i vari gradi per diventare sacerdote, diciamo che son sicura che era iscritto al seminario). Ad un certo punto era sparito per anni dalla scena cittadina, e me lo immaginavo già in missione in qualche paesino sperduto del Burkina Faso. Poi, colpo di scena, rieccolo apparire denudato dell'abito di chiesa e accessoriato di presunta fidanzata. Miracolo!
Ma torniamo agli scaffali del supermercato. Ovvio che sono contenta per lui e per le sue scelte di vita, ma mi dirigo alla cassa dimenticandolo tra le scatole di pasta in offerta lancio. Riverso le mie solite quattro cosucce sul rullo e mi volto: ecco il suo faccione occhialuto protendersi verso di me come il collo di una giraffa. Esibisce il suo sorrisone non proprio perfetto ma estremamente simpatico...ci riconosciamo. Saluti calorosi e cordiali, non capisco ancora se sa esattamente chi io sia, ma non importa. Mi snocciola uno ad uno i nomi dei suoi pargoletti, con relative date di nascita (tutti in scala dai 4 all'un anno e mezzo di età), io mi complimento per la fertilità biblica e lui conclude con "Fantastico, vero?!", accompagnato da un piccolo proiettile di saliva sparata dalla sua adolescenziale finestra tra i denti. Lo saluto ed esco, soddisfatta per la sua contentezza e realizzazione. Ma nel buio della strada lo vedo raggiungermi con passo veloce e goffo mentre miriadi di borse gonfie e panciute gli spuntano da ogni parte come fosse un enorme attaccapanni. E' chiaro che vuole dirmi ancora qualcosa. Ha voglia di raccontarsi e non so perché, ma mi piace. Ho la sensazione di essere un volto lontano per lui e nulla più, mentre io ricordo bene anche il suo nome. Abita lì vicino, mi dice, con tutta la sua numerosa famiglia e lavora presso una piccola minuscola azienda di caffé in periferia. Mi appassiono alla sua vita, dimostro interesse e confesso il mio amore per il caffé. Mi convince a seguirlo a casa dove nasconde quantità industriali di caffé in confezione omaggio. Sono un po' reticente all'inizio, non vorrei rompere l'idillio con la moglie presentandomi come sconosciuta alla sua porta, e per lo più senza referenze ecclesiastiche. Mi imbarazza accettare quintalate di caffé gratis e decido di aspettarlo nel pianerottolo. Entriamo in un portone appena decente dove un vecchio con qualche problema di alzheimer sta acquattato nell'ombra e ripete un turpiloquio senza senso. Il mio nuovo amico vola su per le scale seguito dalla sua miriade di borse che sbatacchiano tra il corrimano e la parete e si infila in qualche appartamentino al secondo piano da dove echeggiano urla eccitate ed infantili di un asilo nido: i saluti dei bimbi. Quando ritorna, il mio uomo del miracolo abbraccia pacchi e pacchetti profumati di aroma e mi racconta che "dopo" (non specificando cosa, ma io traduco gli studi di chiesa) ha preso una laurea totalmente inutile a mantenere una famiglia ma di cui sembrerebbe contento e ha fatto l'artigiano in una falegnameria. Purtroppo questa ha chiuso e lui è rimasto senza lavoro, ma lo dice così, con semplicità, come se fosse rimasto senza latte in casa. Mi fingo assolutamente non impressionata dall'accaduto, ma dentro di me penso alle notti insonni che avrei passato io con 4 bocche da sfamare. Lui no, non lascia emergere alcuna emozione di disagio o preoccupazione, parla come se tutto filasse liscio come l'olio. Da poco ha questo nuovo lavoro col caffé, e ne va fiero perché dice che è un ottimo prodotto anche se poco pubblicizzato e così ci pensa lui, distribuendo pacchi omaggio, anche se le sue mansioni sono ben altre. Ha una naturelezza così inconsueta e spontanea nel raccontare le cose che forse solo la fede può dare, una semplicità disarmante. Non c'è ombra di preoccupazione in lui, né di rabbia, né di sconforto, nessuna delusione, la vita è quel che viene. Emana una serenità e una pace poetica. E altrettanto poetica mi pare questa sua svolta dal sacerdozio alla famiglia, dal celibato alla riproduzione su larga scala.
Lo saluto promettendo di informarlo della mia opinione sul caffé. E riesco anche a ripensare a madre Teresa che a catechismo, quando avevo 8 anni, mi aveva turbato consigliandomi di farmi suora. Diceva che mi vedeva portata...
Tra gli scaffali adocchio uno spilungone che si aggira frettolosamente trascinandosi dietro diverse borse e borsoni, e che subito riconosco essere una vecchia conoscenza del liceo. Immutato nel tempo, conserva la sua aria un po' buffa e distratta mentre io, con le mie solite quattro cose sotto il braccio, censuro il mio desiderio di salutarlo dando già per scontato che mai si ricorderà il mio viso perso nella memoria dei decenni. In realtà la curiosità non mi manca, ben sapendo il suo passato: studioso modello, indole estroversa e creativa, originalissimo ed eccentrico, dopo il liceo aveva optato per la carriera ecclesiastica (uuuhhh ohhh!!!) e lo si vedeva saltuariamente aggirarsi per città col collarino da prete o semiprete o roba simile (francamente ignoro i vari gradi per diventare sacerdote, diciamo che son sicura che era iscritto al seminario). Ad un certo punto era sparito per anni dalla scena cittadina, e me lo immaginavo già in missione in qualche paesino sperduto del Burkina Faso. Poi, colpo di scena, rieccolo apparire denudato dell'abito di chiesa e accessoriato di presunta fidanzata. Miracolo!
Ma torniamo agli scaffali del supermercato. Ovvio che sono contenta per lui e per le sue scelte di vita, ma mi dirigo alla cassa dimenticandolo tra le scatole di pasta in offerta lancio. Riverso le mie solite quattro cosucce sul rullo e mi volto: ecco il suo faccione occhialuto protendersi verso di me come il collo di una giraffa. Esibisce il suo sorrisone non proprio perfetto ma estremamente simpatico...ci riconosciamo. Saluti calorosi e cordiali, non capisco ancora se sa esattamente chi io sia, ma non importa. Mi snocciola uno ad uno i nomi dei suoi pargoletti, con relative date di nascita (tutti in scala dai 4 all'un anno e mezzo di età), io mi complimento per la fertilità biblica e lui conclude con "Fantastico, vero?!", accompagnato da un piccolo proiettile di saliva sparata dalla sua adolescenziale finestra tra i denti. Lo saluto ed esco, soddisfatta per la sua contentezza e realizzazione. Ma nel buio della strada lo vedo raggiungermi con passo veloce e goffo mentre miriadi di borse gonfie e panciute gli spuntano da ogni parte come fosse un enorme attaccapanni. E' chiaro che vuole dirmi ancora qualcosa. Ha voglia di raccontarsi e non so perché, ma mi piace. Ho la sensazione di essere un volto lontano per lui e nulla più, mentre io ricordo bene anche il suo nome. Abita lì vicino, mi dice, con tutta la sua numerosa famiglia e lavora presso una piccola minuscola azienda di caffé in periferia. Mi appassiono alla sua vita, dimostro interesse e confesso il mio amore per il caffé. Mi convince a seguirlo a casa dove nasconde quantità industriali di caffé in confezione omaggio. Sono un po' reticente all'inizio, non vorrei rompere l'idillio con la moglie presentandomi come sconosciuta alla sua porta, e per lo più senza referenze ecclesiastiche. Mi imbarazza accettare quintalate di caffé gratis e decido di aspettarlo nel pianerottolo. Entriamo in un portone appena decente dove un vecchio con qualche problema di alzheimer sta acquattato nell'ombra e ripete un turpiloquio senza senso. Il mio nuovo amico vola su per le scale seguito dalla sua miriade di borse che sbatacchiano tra il corrimano e la parete e si infila in qualche appartamentino al secondo piano da dove echeggiano urla eccitate ed infantili di un asilo nido: i saluti dei bimbi. Quando ritorna, il mio uomo del miracolo abbraccia pacchi e pacchetti profumati di aroma e mi racconta che "dopo" (non specificando cosa, ma io traduco gli studi di chiesa) ha preso una laurea totalmente inutile a mantenere una famiglia ma di cui sembrerebbe contento e ha fatto l'artigiano in una falegnameria. Purtroppo questa ha chiuso e lui è rimasto senza lavoro, ma lo dice così, con semplicità, come se fosse rimasto senza latte in casa. Mi fingo assolutamente non impressionata dall'accaduto, ma dentro di me penso alle notti insonni che avrei passato io con 4 bocche da sfamare. Lui no, non lascia emergere alcuna emozione di disagio o preoccupazione, parla come se tutto filasse liscio come l'olio. Da poco ha questo nuovo lavoro col caffé, e ne va fiero perché dice che è un ottimo prodotto anche se poco pubblicizzato e così ci pensa lui, distribuendo pacchi omaggio, anche se le sue mansioni sono ben altre. Ha una naturelezza così inconsueta e spontanea nel raccontare le cose che forse solo la fede può dare, una semplicità disarmante. Non c'è ombra di preoccupazione in lui, né di rabbia, né di sconforto, nessuna delusione, la vita è quel che viene. Emana una serenità e una pace poetica. E altrettanto poetica mi pare questa sua svolta dal sacerdozio alla famiglia, dal celibato alla riproduzione su larga scala.
Lo saluto promettendo di informarlo della mia opinione sul caffé. E riesco anche a ripensare a madre Teresa che a catechismo, quando avevo 8 anni, mi aveva turbato consigliandomi di farmi suora. Diceva che mi vedeva portata...
mercoledì 2 febbraio 2011
Mio marito non lavora (e io vendo la casa)
Forse vendiamo casa.
Mi sono persuasa a scrivere questo post dopo aver letto blog inquietanti le cui tematiche mi hanno lasciato il gusto in bocca di una suola di scarpe consumata della nonna. Lo so che non dovrei giudicare gli altri, ognuno giustamente scrive quello che vuole, e ci mancherebbe. Ma quando leggo di fanatici egocentrici che si spacciano per artisti disinibiti e cullati dal loro successo e dalla loro fama, e che non trovano altro di meglio da scrivere se non distribuire consigli su come sterminare altre speci viventi considerate inutili e schifose, be', mi incazzo. Allora scorro i commenti, col fare pacifico di chi sa che prima o poi una mente sensata farà capolino tra tutta quella selva di avatar idioti, e invece trovo solo entusiastici plausi. Tutta una banda di hitleriani convinti insomma. E perché io non dovrei parlare di innocue novità degli ultimi giorni, a questo punto?
Dunque lo ribadisco, forse si vende. E' l'avventura che abbiamo in mente per i nostri prossimi giorni. E' una scelta che stiamo covando già da un po', per la verità, ma che si sta consolidando solo ora. Partono i sogni, sparati con forza dal kalashnikov della mia testa. La fantasia danza in pireottanti immagini colorate davanti ai miei occhi: case tanto agognate con fantastici giardini in cui già vedo il mio cane correre felice con la pallina in bocca mentre noi adagiati sull'amaca sorseggiamo una limonata sotto il portico. Ogni tanto si infrange su qualche buia diapositiva che profetizza disastri e altre fastidiose calamità, ma poi resuscita, più salda di prima. E' una casa strana, questa. Ci siamo entrati con la solita illusione giovanile che diceva "Tanto è solo una parentesi, un momentaneo rifugio" ma che alla fine è durato circa sette anni, un tempo biblico. E' un luogo odiato ed amato, una libertà e una palla al piede. Odiato perché ci ha procurato tante seccatura, tante energie sprecate alle assemblee condominiali dove vecchi bavosi pretendevano di strapparci i fondi delle nostre vacanze per banali e inutili lavori comuni. Amata perché è bellissima, ed è mia. E' la prima volta che lo ammetto, e lo faccio adesso che mi sto preparando al suo abbandono. Evito lunghe e fiabesche descrizioni da agenzia immobiliare. Passo ai miei contatti con l'agente, un tipo dell'età di mio marito, amichevole (ovviamente...) e altrettanto ovviamente disponibile (a tutto quasi). Pochi giorni fa lo incontro nel suo studio dove vuole parlarmi del prezzo che mi consiglia per l'eventuale vendita. Parliamo, ragioniamo insieme e per un casuale malinteso emerge che lui..ehm..già...(assume un'espressione confidenziale e un po' da Sherlock Holmes) è un gran drittone e ha capito che mio marito non lavora. Io sgrano gli occhi, ci dev'essere qualche attimo in cui le mie labbra si atrofizzano, le pupille si fissano sul vuoto della parete, e riesco solo a dire "Mah...è...no, non proprio..." ma lui, prontamente, da bravo venditore che sa il fatto suo, ormai ben cimentato in psicologia dei clienti, socchiude le palpebre e con un sorriso paterno muove lentamente il capo, come a dire: "Non serve biascicare una scusa, non lo dirò a nessuno, può succedere, stai tranquilla, sono come il tuo avvocato, il tuo sacerdote, il tuo psicanalista..." Quindi si crea questa simpatica farsa, probabilmente dovuta alla visita che ci aveva fatto per la valutazione dell'appartamento (io ero sopraggiunta dopo, mio marito l'aveva accolto con i suoi modi rilassati da pantofolaio, libro di studio in mano, fare da gran chiacchierone che non ha un problema al mondo, arrivo io trafelata per il ritardo, e comincio a pontificare con aria decisa su ogni metro quadro). Così io sono la manager, lui il gran cazzeggione. Glielo racconto e scoppiamo a ridere, e la farsa continua. Confido al mio bravo agente che vogliamo comprare una casa indipendente, con un bel giardino, possibilmente in mezzo alla natura (e questo è tutto vero) e lui si sente in dovere di consigliarci, e allora mi guarda, alza di poco le mani al cielo e mi fa: "Ma almeno un contributo dal tuo compagno, qualche soldino..." Lo correggo che siamo sposati, è colpitissimo, sento la sua vocina interna che si chiede come può una donna, al giorno d'oggi, accollarsi un uomo da mantenere?? Magari immagina le promesse prima del matrimonio, quando mi illudeva che studiando avrebbe trovato un buon posto in banca. Devo sembrargli la classica buona samaritana, con un certo gruzzoletto faticosamente risparmiato nonostante il sanguisuga in casa, con la testa sulle spalle, gravida di responsabilità, che si accolla questo giovanotto simpatico, furbetto e spiantato. Un buono a nulla. E io, generosa nella mia infinita magnanimità, rispondo di no, mio marito lasciamolo stare. Lui mi guarda con commiserazione, come un prete di campagna guarda la madre disperata del monello di turno, e sembra rassegnarsi.
Oggi ho un nuovo incontro con lui, per ulteriori chiarimenti. Ovviamente a fine giornata, dopo il lavoro.
Mi sono persuasa a scrivere questo post dopo aver letto blog inquietanti le cui tematiche mi hanno lasciato il gusto in bocca di una suola di scarpe consumata della nonna. Lo so che non dovrei giudicare gli altri, ognuno giustamente scrive quello che vuole, e ci mancherebbe. Ma quando leggo di fanatici egocentrici che si spacciano per artisti disinibiti e cullati dal loro successo e dalla loro fama, e che non trovano altro di meglio da scrivere se non distribuire consigli su come sterminare altre speci viventi considerate inutili e schifose, be', mi incazzo. Allora scorro i commenti, col fare pacifico di chi sa che prima o poi una mente sensata farà capolino tra tutta quella selva di avatar idioti, e invece trovo solo entusiastici plausi. Tutta una banda di hitleriani convinti insomma. E perché io non dovrei parlare di innocue novità degli ultimi giorni, a questo punto?
Dunque lo ribadisco, forse si vende. E' l'avventura che abbiamo in mente per i nostri prossimi giorni. E' una scelta che stiamo covando già da un po', per la verità, ma che si sta consolidando solo ora. Partono i sogni, sparati con forza dal kalashnikov della mia testa. La fantasia danza in pireottanti immagini colorate davanti ai miei occhi: case tanto agognate con fantastici giardini in cui già vedo il mio cane correre felice con la pallina in bocca mentre noi adagiati sull'amaca sorseggiamo una limonata sotto il portico. Ogni tanto si infrange su qualche buia diapositiva che profetizza disastri e altre fastidiose calamità, ma poi resuscita, più salda di prima. E' una casa strana, questa. Ci siamo entrati con la solita illusione giovanile che diceva "Tanto è solo una parentesi, un momentaneo rifugio" ma che alla fine è durato circa sette anni, un tempo biblico. E' un luogo odiato ed amato, una libertà e una palla al piede. Odiato perché ci ha procurato tante seccatura, tante energie sprecate alle assemblee condominiali dove vecchi bavosi pretendevano di strapparci i fondi delle nostre vacanze per banali e inutili lavori comuni. Amata perché è bellissima, ed è mia. E' la prima volta che lo ammetto, e lo faccio adesso che mi sto preparando al suo abbandono. Evito lunghe e fiabesche descrizioni da agenzia immobiliare. Passo ai miei contatti con l'agente, un tipo dell'età di mio marito, amichevole (ovviamente...) e altrettanto ovviamente disponibile (a tutto quasi). Pochi giorni fa lo incontro nel suo studio dove vuole parlarmi del prezzo che mi consiglia per l'eventuale vendita. Parliamo, ragioniamo insieme e per un casuale malinteso emerge che lui..ehm..già...(assume un'espressione confidenziale e un po' da Sherlock Holmes) è un gran drittone e ha capito che mio marito non lavora. Io sgrano gli occhi, ci dev'essere qualche attimo in cui le mie labbra si atrofizzano, le pupille si fissano sul vuoto della parete, e riesco solo a dire "Mah...è...no, non proprio..." ma lui, prontamente, da bravo venditore che sa il fatto suo, ormai ben cimentato in psicologia dei clienti, socchiude le palpebre e con un sorriso paterno muove lentamente il capo, come a dire: "Non serve biascicare una scusa, non lo dirò a nessuno, può succedere, stai tranquilla, sono come il tuo avvocato, il tuo sacerdote, il tuo psicanalista..." Quindi si crea questa simpatica farsa, probabilmente dovuta alla visita che ci aveva fatto per la valutazione dell'appartamento (io ero sopraggiunta dopo, mio marito l'aveva accolto con i suoi modi rilassati da pantofolaio, libro di studio in mano, fare da gran chiacchierone che non ha un problema al mondo, arrivo io trafelata per il ritardo, e comincio a pontificare con aria decisa su ogni metro quadro). Così io sono la manager, lui il gran cazzeggione. Glielo racconto e scoppiamo a ridere, e la farsa continua. Confido al mio bravo agente che vogliamo comprare una casa indipendente, con un bel giardino, possibilmente in mezzo alla natura (e questo è tutto vero) e lui si sente in dovere di consigliarci, e allora mi guarda, alza di poco le mani al cielo e mi fa: "Ma almeno un contributo dal tuo compagno, qualche soldino..." Lo correggo che siamo sposati, è colpitissimo, sento la sua vocina interna che si chiede come può una donna, al giorno d'oggi, accollarsi un uomo da mantenere?? Magari immagina le promesse prima del matrimonio, quando mi illudeva che studiando avrebbe trovato un buon posto in banca. Devo sembrargli la classica buona samaritana, con un certo gruzzoletto faticosamente risparmiato nonostante il sanguisuga in casa, con la testa sulle spalle, gravida di responsabilità, che si accolla questo giovanotto simpatico, furbetto e spiantato. Un buono a nulla. E io, generosa nella mia infinita magnanimità, rispondo di no, mio marito lasciamolo stare. Lui mi guarda con commiserazione, come un prete di campagna guarda la madre disperata del monello di turno, e sembra rassegnarsi.
Oggi ho un nuovo incontro con lui, per ulteriori chiarimenti. Ovviamente a fine giornata, dopo il lavoro.
venerdì 28 gennaio 2011
Ragazzi, mettiamoci in fila!
E rieccomi dopo mesi di assenza da questo blog. Dopo avventure, esperienze, eventi che sono rimasti silenziosi ricordi. Ho in archivio ormai una ventina di bozze di questi ultimi tempi mai pubblicate, assopite e abbandonate nella polvere.
Riemergo per lo sconcerto, un po' sciocco forse, un po' infantile, dei miei ultimi giorni e voglio essere brevissima. Leggo ogni giorno pillole nauseanti sullo squallore italiano del Rubygate. Leggo di ragazze per cui duemila euro non sono che un dettaglio, una briciola che cade dal grande tavolo e che talvolta non vale la pena un muscolo teso ad afferrarla. Certo sono storie che finiscono sul giornale, che inondano di schifo le nostre case. Mentre altre persone, comuni nella loro vita comune, lottano per uno stipendio da fame. Non voglio sembrare una replica dei programmi di Santoro e Lerner, sto parlando di cose che ho visto coi miei occhi in meno di una settimana.
Il volontariato è un mondo eterogeneo e variopinto, l'ho già detto mille volte credo. Ogni tanto apre delle porte, offre delle opportunità. In un rifugio per animali in cui vado con una certa frequenza, una ragazza che lavora lì da 20 anni, da quando era minorenne (guardate l'analogia con le vicende d'attualità...), prima come semplice volontaria, poi con regolare e fortuito contratto, lascia improvvisamente il suo posto carico di responsabilità. E' una donna dura, pratica, con una propria vita privata, una famiglia che l'aspetta a casa e che si appoggia sulle sue spalle. Anche il suo lavoro è gravoso. La guardo spesso che fatica a testa bassa e con la sua consueta espressione concentrata e determinata negli occhi. Ma da un po' non ce la fa più, non trova più quel terreno comune su cui lottava. Si apre il varco di un posto vacante nel prossimo futuro. Ovviamente ci vorranno mesi di formazione. Io so esattamente il lavoro da svolgere nel rifugio, è pesante, richiede distacco, responsabilità, umiltà, determinazione. Mi spaventa, ma ci penso su. Parlo con altre persone, mi confronto, non so perché ma mi illudo di essere l'unica a ritenerlo come una svolta da prendere in considerazione. Percepisco che, se mi facessi davvero avanti, tutti sarebbero dalla mia parte. L'annuncio ufficiale della ricerca di una persona nuova, che ricopra quel ruolo, viene data dalla presidente del rifugio di fronte ad un plotone ammutolito di persone. Sembra cadere nel nulla. Come una bimbetta alle prime armi, mi convinco che la ricerca sarà ardua. Sono convinta che un lavoro simile spaventi, e soprattutto sono incredibilmente deficiente nel credere che tutti gli astanti e i loro amici, parenti e conoscenti abbiano già come occupare in modo lucroso e redditizio le proprie giornate. Rimugino un paio di giorni, mio marito come sempre mi sprona. E' un lavoro part time, in regola, ma che di certo non ha nulla a che fare con i compensi elargiti alle protette e care amiche dal nostro generoso premier. Insomma, son quattro soldi al mese, ed è già un grosso sforzo per l'associazione.
Ieri sera chiamo la presidente, sono in imbarazzo ma voglio candidarmi. La sento subito tiepida e distante, comincio ad insospettirmi. E soprattutto capisco di colpo la semplice ma inaspettata verità: ragazzi, mettiamoci in fila! Sono addirittura arrivata tardi, in quel mio tentennare di pochi giorni. E io che credevo che al massimo saremmo stati in due!! Ma dove vivo?! Fosse anche un posto di giardiniere sulla Luna, saremmo già un bel gruppetto a spintonarci al check in dello shuttle.
La selezione, mi pare di capire, sarà durissima. Si procede forse per titoli, forse per esperienza maturata, forse per necessità, forse per merito, forse per estrazione casuale, non è ancora chiaro. Il lavoro, che inizialmente vedevo come una bella occupazione a contatto con gli animali e la natura, più che altro una passione che, per un colpo repentino di fortuna, può diventare remunerata, si trasforma in un posto qualunque alle poste.
Ora devo appena costruire un curriculum ad hoc anche per la mia attività di volontariato e devo anche studiarmelo bene, se voglio almeno essere presa in considerazione. Be', credo proprio che dovrò farcirlo con tanta panna, ciliegine, canditi profumati che gonfino il ripieno perché la sensazione che ho è di trovarmi a lottare gomito a gomito con gente agguerritissima, probabilmente con la laurea, con studi di veterinaria o etologia alle spalle, con corsi e super corsi di addestramento cani, cavalli, trichechi, balene e unicorni.
In un ambiente in cui opero da tempo, sono ridiventata nessuno, o forse una in mezzo ai tanti. Rimbocchiamoci le maniche, armiamoci anche di ironia e di buona volontà. E di tanta curiosità, perché voglio vedere come andrà a finire, chi la spunterà nella guerra per un posto part time a poco meno di mille euro al mese.
Riemergo per lo sconcerto, un po' sciocco forse, un po' infantile, dei miei ultimi giorni e voglio essere brevissima. Leggo ogni giorno pillole nauseanti sullo squallore italiano del Rubygate. Leggo di ragazze per cui duemila euro non sono che un dettaglio, una briciola che cade dal grande tavolo e che talvolta non vale la pena un muscolo teso ad afferrarla. Certo sono storie che finiscono sul giornale, che inondano di schifo le nostre case. Mentre altre persone, comuni nella loro vita comune, lottano per uno stipendio da fame. Non voglio sembrare una replica dei programmi di Santoro e Lerner, sto parlando di cose che ho visto coi miei occhi in meno di una settimana.
Il volontariato è un mondo eterogeneo e variopinto, l'ho già detto mille volte credo. Ogni tanto apre delle porte, offre delle opportunità. In un rifugio per animali in cui vado con una certa frequenza, una ragazza che lavora lì da 20 anni, da quando era minorenne (guardate l'analogia con le vicende d'attualità...), prima come semplice volontaria, poi con regolare e fortuito contratto, lascia improvvisamente il suo posto carico di responsabilità. E' una donna dura, pratica, con una propria vita privata, una famiglia che l'aspetta a casa e che si appoggia sulle sue spalle. Anche il suo lavoro è gravoso. La guardo spesso che fatica a testa bassa e con la sua consueta espressione concentrata e determinata negli occhi. Ma da un po' non ce la fa più, non trova più quel terreno comune su cui lottava. Si apre il varco di un posto vacante nel prossimo futuro. Ovviamente ci vorranno mesi di formazione. Io so esattamente il lavoro da svolgere nel rifugio, è pesante, richiede distacco, responsabilità, umiltà, determinazione. Mi spaventa, ma ci penso su. Parlo con altre persone, mi confronto, non so perché ma mi illudo di essere l'unica a ritenerlo come una svolta da prendere in considerazione. Percepisco che, se mi facessi davvero avanti, tutti sarebbero dalla mia parte. L'annuncio ufficiale della ricerca di una persona nuova, che ricopra quel ruolo, viene data dalla presidente del rifugio di fronte ad un plotone ammutolito di persone. Sembra cadere nel nulla. Come una bimbetta alle prime armi, mi convinco che la ricerca sarà ardua. Sono convinta che un lavoro simile spaventi, e soprattutto sono incredibilmente deficiente nel credere che tutti gli astanti e i loro amici, parenti e conoscenti abbiano già come occupare in modo lucroso e redditizio le proprie giornate. Rimugino un paio di giorni, mio marito come sempre mi sprona. E' un lavoro part time, in regola, ma che di certo non ha nulla a che fare con i compensi elargiti alle protette e care amiche dal nostro generoso premier. Insomma, son quattro soldi al mese, ed è già un grosso sforzo per l'associazione.
Ieri sera chiamo la presidente, sono in imbarazzo ma voglio candidarmi. La sento subito tiepida e distante, comincio ad insospettirmi. E soprattutto capisco di colpo la semplice ma inaspettata verità: ragazzi, mettiamoci in fila! Sono addirittura arrivata tardi, in quel mio tentennare di pochi giorni. E io che credevo che al massimo saremmo stati in due!! Ma dove vivo?! Fosse anche un posto di giardiniere sulla Luna, saremmo già un bel gruppetto a spintonarci al check in dello shuttle.
La selezione, mi pare di capire, sarà durissima. Si procede forse per titoli, forse per esperienza maturata, forse per necessità, forse per merito, forse per estrazione casuale, non è ancora chiaro. Il lavoro, che inizialmente vedevo come una bella occupazione a contatto con gli animali e la natura, più che altro una passione che, per un colpo repentino di fortuna, può diventare remunerata, si trasforma in un posto qualunque alle poste.
Ora devo appena costruire un curriculum ad hoc anche per la mia attività di volontariato e devo anche studiarmelo bene, se voglio almeno essere presa in considerazione. Be', credo proprio che dovrò farcirlo con tanta panna, ciliegine, canditi profumati che gonfino il ripieno perché la sensazione che ho è di trovarmi a lottare gomito a gomito con gente agguerritissima, probabilmente con la laurea, con studi di veterinaria o etologia alle spalle, con corsi e super corsi di addestramento cani, cavalli, trichechi, balene e unicorni.
In un ambiente in cui opero da tempo, sono ridiventata nessuno, o forse una in mezzo ai tanti. Rimbocchiamoci le maniche, armiamoci anche di ironia e di buona volontà. E di tanta curiosità, perché voglio vedere come andrà a finire, chi la spunterà nella guerra per un posto part time a poco meno di mille euro al mese.
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