Ormai si ha una certa età (la mia) in cui tante cose devono essere dimenticate. Non per mettere la testa a posto, o perché non scaturiscono più spontanee, ma semplicemente perché non c'è nessun altro con cui condividerle. Tristemente solo questo. Succede con le serate in discoteca, ormai uno sgargiante ricordo del passato, quando io e mio marito spensierati e traboccanti di vitalità da vendere incontravamo l'alba mentre tornavamo, a pezzi, a casa. Erano nottate trascorse con gli amici, magari anche solo un paio d'ore, ma che davano un senso alle serate. Poi guadualmente questi amici sono spariti, si sono suicidati nella vita domestica e indaffarata, nella crescita snervante dei figli, nelle tiepide crisi coniugali, insomma nella solita vita di merda a cui tutti, sembra, dobbiamo rassegnarci. All'inizio andavamo a ballare da soli, stoicamente. Ogni tanto ci seguiva qualche amico single (sempre uomini, i soli a brancolare nel buio della solitudine), poi gradualmente chiusero le discoteche abituali e quindi, anche noi, ci ritrovammo a rincasare ad orari che fino a poco prima ci sembravano da collegio di suore.
L'unica abitudine sopravvissuta al massacro è la cena fuori o a casa da amici, talvolta soprannominata festa.
L'invito alle feste è per me l'eco di momenti lontani quando, splendente nella mia giovinezza, ne combinavo di tutti i colori, conoscevo gente nuova, mi dilettavo in colpi di testa irripetibili, talvolta mi ubriacavo, flirtavo un po' con tutti e via dicendo. Appena varcato l'uscio della festa al giorno d'oggi, tutti questi ricordi crollano fragorosamente in pezzi. La fauna che si incontra alle feste dei 30-40enni è gente timida, silenziosa, all'inizio riservata. Tutte coppiette, sbuca qua e là qualche paffuto pargoletto, i cui genitori vivono in ansia repressa con l'occhio sempre vigile sull'orologio, fa capolino qualche single chiaramente a disagio ma con una gran voglia di socializzare, la musica di sottofondo è sempre soffusa o emessa ad una frequenza udibile forse solo dai topi. Abbondano i manicaretti di ogni tipo, i padroni di casa ne sfoggiano sempre nuovi orgogliosi di aver trascorso l'intera giornata ai fornelli per eseguire le ricette più introvabili ed esotiche sulla faccia della terra. Tutto si risolve in serene chiacchierate con la bocca piena di cous cous di origine yemenita ma bollito con le verdure alla maniera pakistana, ognuno compostamente ingabbiato nella propria sedia a scambiarsi qualche esperienza o a cercare punti d'interesse col vicino di posto mai visto prima. Qualcuno chiama a raccolta gli amici fumatori per una fuga in qualche zona esterna della casa, dove tutto sommato la convivialità brilla molto più che all'interno. Gli uomini, quando l'ambiente si scalda almeno un po', si gloriano delle proprie mansioni lavorative o tentano, alzandosi in piedi, di attirare l'attenzione sulla propria fervida sfera professionale. Attenzione, questo è il momento che mi ha più colpito dell'ultima festa a cui siamo andati. Così le donne si agganciano all'occasione, condividendo le proprie scelte ed esperienze di vita. Tutti si riempiono ora la bocca di paroloni e il cous cous viene dimenticato nell'attesa della digestione. Le occupazioni più disparate e degne di Zelig sono adagiate con fierezza sul piatto. Tutti sembrano impazienti di dimostrare qualcosa, di rendere partecipi gli altri delle proprie vittorie. Mio marito, in questa fase, di solito si diverte a far credere di fare tutt'altro mentre io gli assesto qualche calcetto sotto la sedia.
Dopo un'oretta di colloqui professionali ecco che molti degli invitati mettono mano al portafoglio, frugano nelle tasche e distribuiscono bigliettini da visita. Questa è la parte che mi diverte di più. Torno a casa con la tasca gonfia di bigliettini dove trionfano consulenze, public relations, servizi vari e fantasiosi e dietro a cui si cela una vibrante precarietà. Le feste dei 30-40enni non sono altro che un momento di promozione personale, altrimenti detto di speranza. Questa è la realtà. La speranza di conoscere persone che ti facciano lavorare, che ti aiutino a trovare quell'aggancio, quel contatto, che ti permetterebbe (forse, chissà) di portare a casa uno stipendio quasi degno. Una ragazza mi regala addirittura una piccola brochure tascabile. Poveretta, non sa a chi la sta donando. Ha appena aperto, con delle amiche, la sua bella ditta. All'interno, una sfilza inenarrabile di servizi, dai siti web ai viaggi su misura e alle traduzioni e all'organizzazione di feste per bambini. Questo è il trend del momento, cioè tradotto: se nessuno mi commisiona un sito web potrebbe, con un po' di fortuna, farmi riempire il piatto con un bel viaggio. O forse non sa l'inglese, o sta impazzendo nel trovare un clown per la festicciola del figlioletto che compie 3 anni.
In questa selva di biglietti da visita io mi tengo stretto il mio. Dubito che i miei colleghi di sventura possano darmi concretamente una mano. Decido in una flebile e perplessa campagna pubblicitaria anch'io, ed ecco che una ragazza mi sorride e si dimostra interessata. Ha concluso da pochi minuti la sua auto promozione. Le spiego, senza grosse illusioni, alcune cose che potrebbero fare al caso suo ma lei si ammoscia: non è un bel momento, questo, non ha ancora molti clienti e non sa se avrà entro l'anno i soldi per pagarmi.
Mi rituffo nel cous cous yemenita-pakistano. Effettivamente è squisito.
Nessun commento:
Posta un commento