No, non ho adottato il secondo cane. Dopo una nottata passata insonne a fumare sigarette in terrazza avvolta da una coperta come una profuga appena sbarcata a Lampedusa, ho deciso per il no, complice il mio cane che in quelle fumose ore notturne mi spiava perplesso e poi se ne tornava a dormire con uno sgrunt di disapprovazione. In compenso ne abbiamo salvati sette che ora se la godono lontani dalle sbarre squallide e oscene del canile lager da cui li abbiamo sottratti.
Sono passate le settimane da quel giorno di missione in terra straniera. In patria le giornate si sono avvolte su se stesse per poi srotolare tante belle perle di ilarità. Una di queste riflette bene la situazione dei giovani laureati italiani a caccia di lavoro e porta la firma luccicante di mia cognata, la mia dolcissima cognatina. Una cascata di riccioli biondi alla Candy Candy e un sorrisetto innocente da Bunny il leprotto. Facile farsi ingannare dalle apparenze, è una furbona micidiale. Laurea in ingegneria, conseguita con qualche fatica ma nei tempi giusti e con un poderoso calcio in culo, mia cognata non ha mai smesso un giorno di lavorare. Certo, è saltata da un'aziendula all'altra, in qualcuna le veniva spesso da vomitare solo a pensarci. Finalmente ha ottenuto il famigerato innarrivabile contratto a tempo indeterminato nella multinazionale dei suoi sogni. Alleluja alleluja. Lì si è ritrovata relegata in un becero sottoscala a compilare database (e io sono maligna quando dico che per lei era già tanto...). Ed ecco che molla tutto per un contrattino a progetto senza sbocco alcuno. Forse gli anni passavano anche per lei e la sensazione di giovinezza e spensieratezza dell'inflazionato contratto a progetto era impagabile. Poi, a trent'anni suonati da poco, ha scoperto la sua vera vocazione, fare l'artista. Persegue questa scelta con tanto di breviario sul comodino, il libro "Vita d'artista" o "Artista in 10 mosse" o roba simile, da cui trae ispirazione (e io ringrazio sempre il cielo per aver incontrato e sposato il primogenito, decisamente riuscito meglio). Da un paio d'anni si cimenta in video riprese, ovviamente aggregandosi con chi le sa fare sul serio o quasi, forse vampirizzando le idee altrui (cosa che le riesce piuttosto bene) e confondendo questa sua capacità col talento. Quindi ora ci ha annunciato che molla tutto sul serio per trasferirsi in una cittadina dell'Europa dell'est dove per un anno seguirà un corso per affinare la sua arte. Insomma tradotto: emigra con una borsa Erasmus stanziata per ventenni mantenuti da mamma e papà. E si sente una gran figa. Alla cena organizzata per darci l'incredibile notizia ci legge una lettera lunghissima dalla dubbia sintassi che ripercorre le tappe salienti della sua vita e il percorso tortuoso del suo destino che ora la spinge laggiù, in una fredda e angusta cittadina dell'est. Si aspetta baci e applausi, pacche sulle spalle, esultanti incoraggiamenti. La causa dell'assenza di essi viene attribuita a mio marito, che ha instillato in mamma tanta ansia e preoccupazione. Ci ripete con tono saggio e astuto che del futuro non v'è certezza. Quindi facciamo a pezzi quel che resta dell'oggi. E' un genio.
Il lavoro fa male
Diario di una Disoccupata
domenica 5 giugno 2011
venerdì 20 maggio 2011
Un taglio alla wish list
Sono stanca. Spesso nervosa e distratta. Ho diversi impegni o almeno così mi pare visto che non sono una grande organizzatrice del mio tempo, quindi combatto ogni giorno in trincea per uscire illesa dalle mie giornate. In tutto questo ho deciso di avere un altro cane. Ora, io adoro i cani, oltre a tutti gli altri animali. Amo spudoratamente il mio. Ma forse, mi sto dicendo in questi giorni, ho fatto una sonora cazzata.
Da piccola il mio sogno era di vivere in una casa nel bosco con tantissimi animali, anzi più che un sogno era un'aspirazione che confidavo sarebbe diventata dolcissima realtà nell'età adulta. Mia madre mi ha sempre limitato nei miei tentativi di tramutare casa nostra in un ricovero per specie in difficoltà, quindi da bambina non potevo che nutrire la fantasia di programmi per il futuro. Adesso che sono più che adulta, quasi in decadenza (esagero, ovviamente), questa bellissima casa nel bosco che pullula di creature meravigliose è rimasta un sogno. Anche perché l'idea di vendere la casa è rimasta anch'essa nella wish list. Insomma, mi sono rotta dei "vorrei" "mi piacerebbe" "che bello sarebbe" ecc... e sono passata all'azione. Conosco diverse realtà nel mondo del volontariato, dove poter adottare nuovi compagni pelosi. Ovviamente scartate tutte a priori, mi sono rivolta ad una sconosciuta che sottrae i cani dalla soppressione. Ho pensato, se devo fare questo passo, facciamolo per bene. Ho parlato con la volontaria che si occupa delle adozioni, una donna molto giovane che probabilmente, a giudicare dai nostri contatti, dev'essere tritata viva nel macero del lavoro quotidiano. Non so ancora cosa faccia nella vita, ma a occhio e croce si direbbe la responsabile di Wall Street. Non ha un secondo libero. Quando ne dispone, per un casuale miracolo, è una soravvissuta alle interminabili ore di lavoro e colleziona, per la stanchezza, una miriade di cazzate e sgarbatezze. Eppure sbircio in lei tratti poetici e malinconici, corredati da guizzi paranoici. Detto così, sembro conoscerla da tempo. In effetti son settimane che andiamo avanti a sentirci, al telefono o per mail, ma senza procedere di un passo visto che lei non riesce mai ad incontrarmi. Qualcuno potrebbe dirmi che tutto questo scambio comunicativo prolungato ed indefesso non fa che permettere la morte dei cani, dal momento che l'associazione di cui fa parte si occupa della loro salvezza. In effetti ci ho pensato anch'io, ma spero sempre che questa persona sia padrona della situazione. Così oggi finalmente è il grande giorno. Ci incontriamo. Naturalmente mi sfiancherò, mio malgrado, a mettere un minimo a posto la casa. Ma questo è ben poco. In realtà questa persona ha girato, montato, proiettato un film tutto suo nella sua testa. Mi ha già caricato di incombenze e responsabilità al mio primo accenno di collaborazione e disponibilità. Mi ha già parlato dei tre o quattro cani che gentilmente caricherò nella mia auto per sottrarli al canile, completamente ignara che io non ho l'auto dotata di rete per il trasporto animali, particolare che le ho subito confessato ma che lei non ha avuto il tempo di farne un concetto anche suo. E' già sicura che tutto andrà a meraviglia. Io fin dal principio ho chiaramente fatto capire che senza conoscere prima l'animale non mi porto a casa nessuno. Cioè, sono animata dalle migliori intenzioni ma vorrei prima verificare che il cane abbia il carattere giusto per convivere pacificamente col mio. E così sono incappata nell sua furia paranoica, che mi è costata una mail lunghissima alle 10 di sera, salvo poi scusarsi con un fiore in mano il giorno dopo incolpando la giornataccia strappaviscere sul lavoro. Allora, in tutto questo delirio, io temo di intraprendere una cazzata. Mio marito, accomodante e pacifico come al solito, comincia a essere percorso da dubbi e brividi d'ansia. Non me lo dice ma lo percepisco (che è peggio). Stenta a realizzare che domani ci recheremo in un paese straniero e ci addentreremo in un canile infernale per uscirne con il nostro nuovo cane. Ho tentato di prepararlo come si deve all'avvenimento, intavolando deboli discussioni di tipo pratico. Sospetto che lui confidi in me per la perfetta riuscita dell'operazione, cosa che mi riempie di non poca angoscia. Quindi rimbalzo da momenti preoccupati ad altri in cui fantastico sul nome da dare al nuovo compagno di vita, anzi compagna visto che sarà una femmina. Passo da giornate di perplessità ad altre in cui mi vedo abbracciare due cani in totale armonia con me stessa e col cosmo. Ma soprattutto mi chiedo: perché l'ho fatto?! Lo sapremo solo nei prossimi post.
Da piccola il mio sogno era di vivere in una casa nel bosco con tantissimi animali, anzi più che un sogno era un'aspirazione che confidavo sarebbe diventata dolcissima realtà nell'età adulta. Mia madre mi ha sempre limitato nei miei tentativi di tramutare casa nostra in un ricovero per specie in difficoltà, quindi da bambina non potevo che nutrire la fantasia di programmi per il futuro. Adesso che sono più che adulta, quasi in decadenza (esagero, ovviamente), questa bellissima casa nel bosco che pullula di creature meravigliose è rimasta un sogno. Anche perché l'idea di vendere la casa è rimasta anch'essa nella wish list. Insomma, mi sono rotta dei "vorrei" "mi piacerebbe" "che bello sarebbe" ecc... e sono passata all'azione. Conosco diverse realtà nel mondo del volontariato, dove poter adottare nuovi compagni pelosi. Ovviamente scartate tutte a priori, mi sono rivolta ad una sconosciuta che sottrae i cani dalla soppressione. Ho pensato, se devo fare questo passo, facciamolo per bene. Ho parlato con la volontaria che si occupa delle adozioni, una donna molto giovane che probabilmente, a giudicare dai nostri contatti, dev'essere tritata viva nel macero del lavoro quotidiano. Non so ancora cosa faccia nella vita, ma a occhio e croce si direbbe la responsabile di Wall Street. Non ha un secondo libero. Quando ne dispone, per un casuale miracolo, è una soravvissuta alle interminabili ore di lavoro e colleziona, per la stanchezza, una miriade di cazzate e sgarbatezze. Eppure sbircio in lei tratti poetici e malinconici, corredati da guizzi paranoici. Detto così, sembro conoscerla da tempo. In effetti son settimane che andiamo avanti a sentirci, al telefono o per mail, ma senza procedere di un passo visto che lei non riesce mai ad incontrarmi. Qualcuno potrebbe dirmi che tutto questo scambio comunicativo prolungato ed indefesso non fa che permettere la morte dei cani, dal momento che l'associazione di cui fa parte si occupa della loro salvezza. In effetti ci ho pensato anch'io, ma spero sempre che questa persona sia padrona della situazione. Così oggi finalmente è il grande giorno. Ci incontriamo. Naturalmente mi sfiancherò, mio malgrado, a mettere un minimo a posto la casa. Ma questo è ben poco. In realtà questa persona ha girato, montato, proiettato un film tutto suo nella sua testa. Mi ha già caricato di incombenze e responsabilità al mio primo accenno di collaborazione e disponibilità. Mi ha già parlato dei tre o quattro cani che gentilmente caricherò nella mia auto per sottrarli al canile, completamente ignara che io non ho l'auto dotata di rete per il trasporto animali, particolare che le ho subito confessato ma che lei non ha avuto il tempo di farne un concetto anche suo. E' già sicura che tutto andrà a meraviglia. Io fin dal principio ho chiaramente fatto capire che senza conoscere prima l'animale non mi porto a casa nessuno. Cioè, sono animata dalle migliori intenzioni ma vorrei prima verificare che il cane abbia il carattere giusto per convivere pacificamente col mio. E così sono incappata nell sua furia paranoica, che mi è costata una mail lunghissima alle 10 di sera, salvo poi scusarsi con un fiore in mano il giorno dopo incolpando la giornataccia strappaviscere sul lavoro. Allora, in tutto questo delirio, io temo di intraprendere una cazzata. Mio marito, accomodante e pacifico come al solito, comincia a essere percorso da dubbi e brividi d'ansia. Non me lo dice ma lo percepisco (che è peggio). Stenta a realizzare che domani ci recheremo in un paese straniero e ci addentreremo in un canile infernale per uscirne con il nostro nuovo cane. Ho tentato di prepararlo come si deve all'avvenimento, intavolando deboli discussioni di tipo pratico. Sospetto che lui confidi in me per la perfetta riuscita dell'operazione, cosa che mi riempie di non poca angoscia. Quindi rimbalzo da momenti preoccupati ad altri in cui fantastico sul nome da dare al nuovo compagno di vita, anzi compagna visto che sarà una femmina. Passo da giornate di perplessità ad altre in cui mi vedo abbracciare due cani in totale armonia con me stessa e col cosmo. Ma soprattutto mi chiedo: perché l'ho fatto?! Lo sapremo solo nei prossimi post.
martedì 5 aprile 2011
Uomini che lavorano (chi più, chi meno) - 2
Ormai ci sono poche vie di mezzo o equilibrate sfumature. Tranne quel solito gruppetto di uomini in carriera già apparso in Uomini che lavorano (chi più, chi meno) - 1, che effettivamente si può considerare esiguo, il restante esercito di amici e conoscenti di sesso maschile mi conforta sempre (anche se trovo difficile parlarne in modo esaustivo in un solo post). C'è poco cosa fare, se coi fanatici carrieristi mi sembra di parlare con un alieno appena sbarcato da Giove (e neppure da Marte, per quanto sono lontani da me), dediti solo ai loro successi e completamente privi di curiosità e informazione, tanto da non aver ancora capito che tipo di lavoro sarebbe il mio o non aver ancora compreso come il loro amico da decenni (mio marito) abbia potuto intraprendere una carriera senza prospettive reali di cieco arricchimento frenetico e sfrontato, col secondo gruppo mi sento a casa. Almeno gli argomenti di conversazione si sprecano. Non è difficile parlare di attualità, scambiarsi punti di vista anche divergenti senza rischiare di imbattersi in visi increduli e un po' imbecilli, raccontarsi episodi comici o parlare semplicemente di cinema o di animali. La crisi economica almeno sanno cos'è. Sanno che c'è. Credetemi che i primi, se per una pura casualità si ritrovano a parlarne, hanno lo stesso piglio di chi parla dell'omicidio di JFK nel lontano '63. Lo stesso distacco e perplessità, sarà stato davvero Oswald? Vabbè, con qualcuno di loro talvolta mi trovo bene. Uno in particolare ha conservato un pizzico di intelligenza e senso critico, anche se purtroppo la situazione degenera drasticamente quando si parla di conflitti mondiali: lui è un convinto guerrafondaio, guai a dissentire, anche se non ha mai fatto neppure un giorno nell'esercito. Ma gli uomini sono fatti così, lo sa bene sua moglie che infatti è una persona in gamba.
Così ultimamente, nel vasto e profondo mare degli uomini che arrancano barbaramente nel lavoro, conto un nuovo membro da poco disoccupato, certo però di poter fare tutto ma poi in concreto passa da un licenziamento all'altro, un altro che ogni anno si cimenta in un sempre nuovo corso professionale (che poi di professionale ha ben poco visto che lui rimane senza lavoro), un altro ancora che con due lauree ancora non ha capito quale strada faccia per lui, un amico che finalmente, dopo anni, ha conquistato un contratto statale per la vita ma non è contento e vive in perenne crisi con se stesso e con la sua privata sfera sessuale con cui non ha mai fatto i conti, due che vivono beatamente alle spalle della moglie che si ammazza di lavoro, un altro che ha chiuso la ditta dopo un pauroso accumulo di debiti e si è gettato nell'allevamento di cani, mestiere molto più dispendioso del primo ma soprattutto molto più ricco di sconfitte e fallimenti. Ah sì, immancabile, quello che barcolla nel precariato senza fine della scuola. Questa bella pappardella è tanto per citarne alcuni, quelli che frequento di più. Ora si è aggiunto un nuovo membro, il trentenne che si rifiuta di lavorare in attesa del licenziamento ma che ha astutamente trovato la gallina dalle uova d'oro, una cinquantenne distrutta dalle crisi depressive ma con una bella villa degna di un magnate della Brianza. Per la verità la sua storia professionale è oscura, forse sono stata avventata nel dire che rifiuta il lavoro, fatto sta che dal suo discorso è emerso un mondo di permessi per malattia da far invidia al Malato Immaginario di Molière. Quindi ora la sua vita sonnecchia nell'attesa del licenziamento ufficiale, per poi impugnarlo davanti ad un giudice. Stare a casa da un anno, però, gli pesa. Me lo confessa da dietro i suoi occhialoni scuri che vorrebbe gli conferissero un'aria fascinosa stile Top Gun, mentre guida sicuro e spavaldo la sua bella Marcedes. Fisicamente sembra avere la forza di un toro, alto e robusto, caratteristica che probabilmente non è passata inosservata alla cinquantenne depressa che ora lo culla in casa, anzi nel villone. Ho conosciuto questo personaggio ambiguo una mattina e già nel pomeriggio mi ritrovo una sua richiesta di amicizia su Facebook, messaggi privati e in chat, segno forse che non solo la vita casalinga gli pesa. Sono stata costretta a passare offline alla velocità della luce.
Così ultimamente, nel vasto e profondo mare degli uomini che arrancano barbaramente nel lavoro, conto un nuovo membro da poco disoccupato, certo però di poter fare tutto ma poi in concreto passa da un licenziamento all'altro, un altro che ogni anno si cimenta in un sempre nuovo corso professionale (che poi di professionale ha ben poco visto che lui rimane senza lavoro), un altro ancora che con due lauree ancora non ha capito quale strada faccia per lui, un amico che finalmente, dopo anni, ha conquistato un contratto statale per la vita ma non è contento e vive in perenne crisi con se stesso e con la sua privata sfera sessuale con cui non ha mai fatto i conti, due che vivono beatamente alle spalle della moglie che si ammazza di lavoro, un altro che ha chiuso la ditta dopo un pauroso accumulo di debiti e si è gettato nell'allevamento di cani, mestiere molto più dispendioso del primo ma soprattutto molto più ricco di sconfitte e fallimenti. Ah sì, immancabile, quello che barcolla nel precariato senza fine della scuola. Questa bella pappardella è tanto per citarne alcuni, quelli che frequento di più. Ora si è aggiunto un nuovo membro, il trentenne che si rifiuta di lavorare in attesa del licenziamento ma che ha astutamente trovato la gallina dalle uova d'oro, una cinquantenne distrutta dalle crisi depressive ma con una bella villa degna di un magnate della Brianza. Per la verità la sua storia professionale è oscura, forse sono stata avventata nel dire che rifiuta il lavoro, fatto sta che dal suo discorso è emerso un mondo di permessi per malattia da far invidia al Malato Immaginario di Molière. Quindi ora la sua vita sonnecchia nell'attesa del licenziamento ufficiale, per poi impugnarlo davanti ad un giudice. Stare a casa da un anno, però, gli pesa. Me lo confessa da dietro i suoi occhialoni scuri che vorrebbe gli conferissero un'aria fascinosa stile Top Gun, mentre guida sicuro e spavaldo la sua bella Marcedes. Fisicamente sembra avere la forza di un toro, alto e robusto, caratteristica che probabilmente non è passata inosservata alla cinquantenne depressa che ora lo culla in casa, anzi nel villone. Ho conosciuto questo personaggio ambiguo una mattina e già nel pomeriggio mi ritrovo una sua richiesta di amicizia su Facebook, messaggi privati e in chat, segno forse che non solo la vita casalinga gli pesa. Sono stata costretta a passare offline alla velocità della luce.
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mercoledì 30 marzo 2011
Misteri del palinsesto
Finalmente avevano creato un programmino decente per la televisione. Non ne ero una fan sfegatata ma era piacevole da guardare se per caso non avevo nulla di meglio da fare. La verità è che l'ho guardato sempre, perché mio marito si divertiva un mondo (beato lui, che chiaramente non ha di questi problemi). Si chiamava Il contratto: 3 giovani partecipanti dovevano accapparrarsi realmente un contratto a tempo indeterminato per l'azienda di turno che lo metteva a disposizione, dopo un periodo di stage di una settimana, monitorato ovviamente dalle telecamere. I partecipanti, nel frattempo, invece di rilassarsi alla fine dell'orario di lavoro, magari raccimolando le forze per i giorni seguenti, venivano ulteriormente torturati dai sadici esercizi ludici del tutor, inviato per l'occasione a casa loro ogni sera (della serie, che ti tocca fa' pe' campà).
Parlo al passato perché dopo le prime 4 o 5 puntate è stato eliminato dal palinsesto serale e catapultato in una fascia oraria per nonnetti semi-deambulanti con catetere strisciante al fianco. Grazie mille, davvero. Grazie perché, dopo le innumerevoli serate in compagnia dei cassaintegrati con 8 figli e la moglie disoccupata, i licenziati di fresco dalle grosse multinazionali reduci dalla bancarotta fraudolenta e via dicendo, si poteva assistere ad una tiepida e arrancante alternativa, ad un flebile tentativo d'aiuto in forma gradevole e simpatica. Non sono contraria ai cassaintegrati o ai licenziati di fresco, ovviamente no, anzi, ci mancherebbe. Certo che assistere impotenti a questo sfacelo sociale senza proporre, concretamente, soluzioni o alternative o semplicemente senza tendere una mano, alla lunga stanca. Ecco che questo programmino de La7 proponeva consigli, suggerimenti (oltre a promuovere diverse realtà aziendali), interrogava esperti e tentava di dare una risposta a tutti quelli che cercano disperatamente un lavoro che non si trova, magari dopo mille anni di studio e precarietà. Tra l'altro si riusciva a sbirciare anche tra i profili realmente ricercati dalle aziende, si comprendeva finalmente qual è il candidato ideale. Insomma, uno spiraglio di speranza. Un programma interessante, che ora potranno godersi i nonnetti in tutta calma ciucciando la minestra con la cannuccia. Loro sì che ne hanno bisogno. Grazie, grazie di cuore!
Parlo al passato perché dopo le prime 4 o 5 puntate è stato eliminato dal palinsesto serale e catapultato in una fascia oraria per nonnetti semi-deambulanti con catetere strisciante al fianco. Grazie mille, davvero. Grazie perché, dopo le innumerevoli serate in compagnia dei cassaintegrati con 8 figli e la moglie disoccupata, i licenziati di fresco dalle grosse multinazionali reduci dalla bancarotta fraudolenta e via dicendo, si poteva assistere ad una tiepida e arrancante alternativa, ad un flebile tentativo d'aiuto in forma gradevole e simpatica. Non sono contraria ai cassaintegrati o ai licenziati di fresco, ovviamente no, anzi, ci mancherebbe. Certo che assistere impotenti a questo sfacelo sociale senza proporre, concretamente, soluzioni o alternative o semplicemente senza tendere una mano, alla lunga stanca. Ecco che questo programmino de La7 proponeva consigli, suggerimenti (oltre a promuovere diverse realtà aziendali), interrogava esperti e tentava di dare una risposta a tutti quelli che cercano disperatamente un lavoro che non si trova, magari dopo mille anni di studio e precarietà. Tra l'altro si riusciva a sbirciare anche tra i profili realmente ricercati dalle aziende, si comprendeva finalmente qual è il candidato ideale. Insomma, uno spiraglio di speranza. Un programma interessante, che ora potranno godersi i nonnetti in tutta calma ciucciando la minestra con la cannuccia. Loro sì che ne hanno bisogno. Grazie, grazie di cuore!
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lunedì 28 marzo 2011
Le feste della speranza
Ormai si ha una certa età (la mia) in cui tante cose devono essere dimenticate. Non per mettere la testa a posto, o perché non scaturiscono più spontanee, ma semplicemente perché non c'è nessun altro con cui condividerle. Tristemente solo questo. Succede con le serate in discoteca, ormai uno sgargiante ricordo del passato, quando io e mio marito spensierati e traboccanti di vitalità da vendere incontravamo l'alba mentre tornavamo, a pezzi, a casa. Erano nottate trascorse con gli amici, magari anche solo un paio d'ore, ma che davano un senso alle serate. Poi guadualmente questi amici sono spariti, si sono suicidati nella vita domestica e indaffarata, nella crescita snervante dei figli, nelle tiepide crisi coniugali, insomma nella solita vita di merda a cui tutti, sembra, dobbiamo rassegnarci. All'inizio andavamo a ballare da soli, stoicamente. Ogni tanto ci seguiva qualche amico single (sempre uomini, i soli a brancolare nel buio della solitudine), poi gradualmente chiusero le discoteche abituali e quindi, anche noi, ci ritrovammo a rincasare ad orari che fino a poco prima ci sembravano da collegio di suore.
L'unica abitudine sopravvissuta al massacro è la cena fuori o a casa da amici, talvolta soprannominata festa.
L'invito alle feste è per me l'eco di momenti lontani quando, splendente nella mia giovinezza, ne combinavo di tutti i colori, conoscevo gente nuova, mi dilettavo in colpi di testa irripetibili, talvolta mi ubriacavo, flirtavo un po' con tutti e via dicendo. Appena varcato l'uscio della festa al giorno d'oggi, tutti questi ricordi crollano fragorosamente in pezzi. La fauna che si incontra alle feste dei 30-40enni è gente timida, silenziosa, all'inizio riservata. Tutte coppiette, sbuca qua e là qualche paffuto pargoletto, i cui genitori vivono in ansia repressa con l'occhio sempre vigile sull'orologio, fa capolino qualche single chiaramente a disagio ma con una gran voglia di socializzare, la musica di sottofondo è sempre soffusa o emessa ad una frequenza udibile forse solo dai topi. Abbondano i manicaretti di ogni tipo, i padroni di casa ne sfoggiano sempre nuovi orgogliosi di aver trascorso l'intera giornata ai fornelli per eseguire le ricette più introvabili ed esotiche sulla faccia della terra. Tutto si risolve in serene chiacchierate con la bocca piena di cous cous di origine yemenita ma bollito con le verdure alla maniera pakistana, ognuno compostamente ingabbiato nella propria sedia a scambiarsi qualche esperienza o a cercare punti d'interesse col vicino di posto mai visto prima. Qualcuno chiama a raccolta gli amici fumatori per una fuga in qualche zona esterna della casa, dove tutto sommato la convivialità brilla molto più che all'interno. Gli uomini, quando l'ambiente si scalda almeno un po', si gloriano delle proprie mansioni lavorative o tentano, alzandosi in piedi, di attirare l'attenzione sulla propria fervida sfera professionale. Attenzione, questo è il momento che mi ha più colpito dell'ultima festa a cui siamo andati. Così le donne si agganciano all'occasione, condividendo le proprie scelte ed esperienze di vita. Tutti si riempiono ora la bocca di paroloni e il cous cous viene dimenticato nell'attesa della digestione. Le occupazioni più disparate e degne di Zelig sono adagiate con fierezza sul piatto. Tutti sembrano impazienti di dimostrare qualcosa, di rendere partecipi gli altri delle proprie vittorie. Mio marito, in questa fase, di solito si diverte a far credere di fare tutt'altro mentre io gli assesto qualche calcetto sotto la sedia.
Dopo un'oretta di colloqui professionali ecco che molti degli invitati mettono mano al portafoglio, frugano nelle tasche e distribuiscono bigliettini da visita. Questa è la parte che mi diverte di più. Torno a casa con la tasca gonfia di bigliettini dove trionfano consulenze, public relations, servizi vari e fantasiosi e dietro a cui si cela una vibrante precarietà. Le feste dei 30-40enni non sono altro che un momento di promozione personale, altrimenti detto di speranza. Questa è la realtà. La speranza di conoscere persone che ti facciano lavorare, che ti aiutino a trovare quell'aggancio, quel contatto, che ti permetterebbe (forse, chissà) di portare a casa uno stipendio quasi degno. Una ragazza mi regala addirittura una piccola brochure tascabile. Poveretta, non sa a chi la sta donando. Ha appena aperto, con delle amiche, la sua bella ditta. All'interno, una sfilza inenarrabile di servizi, dai siti web ai viaggi su misura e alle traduzioni e all'organizzazione di feste per bambini. Questo è il trend del momento, cioè tradotto: se nessuno mi commisiona un sito web potrebbe, con un po' di fortuna, farmi riempire il piatto con un bel viaggio. O forse non sa l'inglese, o sta impazzendo nel trovare un clown per la festicciola del figlioletto che compie 3 anni.
In questa selva di biglietti da visita io mi tengo stretto il mio. Dubito che i miei colleghi di sventura possano darmi concretamente una mano. Decido in una flebile e perplessa campagna pubblicitaria anch'io, ed ecco che una ragazza mi sorride e si dimostra interessata. Ha concluso da pochi minuti la sua auto promozione. Le spiego, senza grosse illusioni, alcune cose che potrebbero fare al caso suo ma lei si ammoscia: non è un bel momento, questo, non ha ancora molti clienti e non sa se avrà entro l'anno i soldi per pagarmi.
Mi rituffo nel cous cous yemenita-pakistano. Effettivamente è squisito.
L'unica abitudine sopravvissuta al massacro è la cena fuori o a casa da amici, talvolta soprannominata festa.
L'invito alle feste è per me l'eco di momenti lontani quando, splendente nella mia giovinezza, ne combinavo di tutti i colori, conoscevo gente nuova, mi dilettavo in colpi di testa irripetibili, talvolta mi ubriacavo, flirtavo un po' con tutti e via dicendo. Appena varcato l'uscio della festa al giorno d'oggi, tutti questi ricordi crollano fragorosamente in pezzi. La fauna che si incontra alle feste dei 30-40enni è gente timida, silenziosa, all'inizio riservata. Tutte coppiette, sbuca qua e là qualche paffuto pargoletto, i cui genitori vivono in ansia repressa con l'occhio sempre vigile sull'orologio, fa capolino qualche single chiaramente a disagio ma con una gran voglia di socializzare, la musica di sottofondo è sempre soffusa o emessa ad una frequenza udibile forse solo dai topi. Abbondano i manicaretti di ogni tipo, i padroni di casa ne sfoggiano sempre nuovi orgogliosi di aver trascorso l'intera giornata ai fornelli per eseguire le ricette più introvabili ed esotiche sulla faccia della terra. Tutto si risolve in serene chiacchierate con la bocca piena di cous cous di origine yemenita ma bollito con le verdure alla maniera pakistana, ognuno compostamente ingabbiato nella propria sedia a scambiarsi qualche esperienza o a cercare punti d'interesse col vicino di posto mai visto prima. Qualcuno chiama a raccolta gli amici fumatori per una fuga in qualche zona esterna della casa, dove tutto sommato la convivialità brilla molto più che all'interno. Gli uomini, quando l'ambiente si scalda almeno un po', si gloriano delle proprie mansioni lavorative o tentano, alzandosi in piedi, di attirare l'attenzione sulla propria fervida sfera professionale. Attenzione, questo è il momento che mi ha più colpito dell'ultima festa a cui siamo andati. Così le donne si agganciano all'occasione, condividendo le proprie scelte ed esperienze di vita. Tutti si riempiono ora la bocca di paroloni e il cous cous viene dimenticato nell'attesa della digestione. Le occupazioni più disparate e degne di Zelig sono adagiate con fierezza sul piatto. Tutti sembrano impazienti di dimostrare qualcosa, di rendere partecipi gli altri delle proprie vittorie. Mio marito, in questa fase, di solito si diverte a far credere di fare tutt'altro mentre io gli assesto qualche calcetto sotto la sedia.
Dopo un'oretta di colloqui professionali ecco che molti degli invitati mettono mano al portafoglio, frugano nelle tasche e distribuiscono bigliettini da visita. Questa è la parte che mi diverte di più. Torno a casa con la tasca gonfia di bigliettini dove trionfano consulenze, public relations, servizi vari e fantasiosi e dietro a cui si cela una vibrante precarietà. Le feste dei 30-40enni non sono altro che un momento di promozione personale, altrimenti detto di speranza. Questa è la realtà. La speranza di conoscere persone che ti facciano lavorare, che ti aiutino a trovare quell'aggancio, quel contatto, che ti permetterebbe (forse, chissà) di portare a casa uno stipendio quasi degno. Una ragazza mi regala addirittura una piccola brochure tascabile. Poveretta, non sa a chi la sta donando. Ha appena aperto, con delle amiche, la sua bella ditta. All'interno, una sfilza inenarrabile di servizi, dai siti web ai viaggi su misura e alle traduzioni e all'organizzazione di feste per bambini. Questo è il trend del momento, cioè tradotto: se nessuno mi commisiona un sito web potrebbe, con un po' di fortuna, farmi riempire il piatto con un bel viaggio. O forse non sa l'inglese, o sta impazzendo nel trovare un clown per la festicciola del figlioletto che compie 3 anni.
In questa selva di biglietti da visita io mi tengo stretto il mio. Dubito che i miei colleghi di sventura possano darmi concretamente una mano. Decido in una flebile e perplessa campagna pubblicitaria anch'io, ed ecco che una ragazza mi sorride e si dimostra interessata. Ha concluso da pochi minuti la sua auto promozione. Le spiego, senza grosse illusioni, alcune cose che potrebbero fare al caso suo ma lei si ammoscia: non è un bel momento, questo, non ha ancora molti clienti e non sa se avrà entro l'anno i soldi per pagarmi.
Mi rituffo nel cous cous yemenita-pakistano. Effettivamente è squisito.
mercoledì 9 febbraio 2011
Sì...o forse no
Ieri è stata una giornata micidiale.
Abbiamo convocato un nuovo agente immobiliare. L'altro ci aveva lasciati delusi, con la sensazione amara di vaga disonestà e cupidigia, e lasciamo stare se non era proprio un genio in psicologia. Fatto sta che, contratto capestro di vendita alla mano, non l'abbiamo firmato e siamo passati ad altro. Quindi trascorro la giornata di ieri a rendere presentabile la casa, vedendo il suo arrivo in serata come una scenetta horror di un film giapponese. La perfezione non esiste ovviamente, quindi diciamo che mi son data da fare senza esagerazioni, e in cuor mio chiedendomi se aveva senso tutto quell'impegno dal momento che l'acquirente non era lui (ma vivevo la situazione come se lo fosse, non so perché). C'erano curiose analogie tra i due venditori, per esempio entrambi si sono subito dichiarati terrorizzati dai cani (offrendoci una cattiva impressione, tanto che mio marito se n'è uscito così: "Vedi, te l'avevo detto che sono tutti pezzi di merda") e hanno suonato il campanello con buoni dieci minuti di anticipo, gettandomi nello scompiglio ieri sera mentre stavo appena raccogliendo le mie mutandine dal divano. Stavolta lo accolgo io, mentre mio marito si sta spupazzando l'appuntamento fisso coi pallosissimi scrutini. All'inizio è indifferente e silenzioso e mi segue nelle varie stanze e nelle mie eloquenti descrizioni (ho scoperto che adoro illustrare casa mia), mentre il cane segue lui tallonandolo da bravo guardiano di casa (si fa per dire, ho dovuto allontanarlo di nascosto più volte mentre cercava di scoparsi la sua gamba). Lo sorprendo improvvisamente con la terrazza e mentre io me ne sto appoggiata allo stipite della porta congelata dal freddo umido, lui impalato accanto al gelsomino mi dice, con serafico stupore: "Ma siete sicuri che volete venderla? E' bellissima sta casa." Forse un po' colta impreparata, lo ringrazio, gli racconto di favolosi giardini fuori provincia come fossero la mia fiaba preferita ma lui alza le sopracciglia in segno di incredulità e disapprovazione. Mi elenca meticolosamente tutti i vantaggi del nostro immobile, demolendomi senza pietà le agognate case con giardino su cui sto sbavando da anni, lo confesso. Ecco, non pensavo esistessero agenti immobiliari che ti convincono a non vendere. E io che già mi vedevo scrivere nuovi post su questo blog seduta comodamente all'ombra di un rigoglioso albero da frutta...Stiamo facendo forse un'enorme cazzata, ci chiediamo per tutta la sera e dopo perigliose elucubrazioni crolliamo spossati sul divano alle 22.
Abbiamo convocato un nuovo agente immobiliare. L'altro ci aveva lasciati delusi, con la sensazione amara di vaga disonestà e cupidigia, e lasciamo stare se non era proprio un genio in psicologia. Fatto sta che, contratto capestro di vendita alla mano, non l'abbiamo firmato e siamo passati ad altro. Quindi trascorro la giornata di ieri a rendere presentabile la casa, vedendo il suo arrivo in serata come una scenetta horror di un film giapponese. La perfezione non esiste ovviamente, quindi diciamo che mi son data da fare senza esagerazioni, e in cuor mio chiedendomi se aveva senso tutto quell'impegno dal momento che l'acquirente non era lui (ma vivevo la situazione come se lo fosse, non so perché). C'erano curiose analogie tra i due venditori, per esempio entrambi si sono subito dichiarati terrorizzati dai cani (offrendoci una cattiva impressione, tanto che mio marito se n'è uscito così: "Vedi, te l'avevo detto che sono tutti pezzi di merda") e hanno suonato il campanello con buoni dieci minuti di anticipo, gettandomi nello scompiglio ieri sera mentre stavo appena raccogliendo le mie mutandine dal divano. Stavolta lo accolgo io, mentre mio marito si sta spupazzando l'appuntamento fisso coi pallosissimi scrutini. All'inizio è indifferente e silenzioso e mi segue nelle varie stanze e nelle mie eloquenti descrizioni (ho scoperto che adoro illustrare casa mia), mentre il cane segue lui tallonandolo da bravo guardiano di casa (si fa per dire, ho dovuto allontanarlo di nascosto più volte mentre cercava di scoparsi la sua gamba). Lo sorprendo improvvisamente con la terrazza e mentre io me ne sto appoggiata allo stipite della porta congelata dal freddo umido, lui impalato accanto al gelsomino mi dice, con serafico stupore: "Ma siete sicuri che volete venderla? E' bellissima sta casa." Forse un po' colta impreparata, lo ringrazio, gli racconto di favolosi giardini fuori provincia come fossero la mia fiaba preferita ma lui alza le sopracciglia in segno di incredulità e disapprovazione. Mi elenca meticolosamente tutti i vantaggi del nostro immobile, demolendomi senza pietà le agognate case con giardino su cui sto sbavando da anni, lo confesso. Ecco, non pensavo esistessero agenti immobiliari che ti convincono a non vendere. E io che già mi vedevo scrivere nuovi post su questo blog seduta comodamente all'ombra di un rigoglioso albero da frutta...Stiamo facendo forse un'enorme cazzata, ci chiediamo per tutta la sera e dopo perigliose elucubrazioni crolliamo spossati sul divano alle 22.
martedì 8 febbraio 2011
Wonderwomen
Non so se solo io l'ho notato, ma le donne in genere sono fenomenali. Si sobbarcano di mille cose da fare e le fanno, tutte in modo eccezionale ed ineccepibile. Si impegnano fino in fondo nelle responsabilità e nei compiti che vengono assegnati o che si auto infliggono. Scopro ogni giorno wonderwomen con figli e mariti capricciosi ed esigenti che riescono a fronteggiare imprevisti domestici e a trionfare su quelli professionali. Sanno fare tutto. Impressionante. Leggo ogni tanto (e mi ritraggo per pudore) di mamme blogger bolognesi o addirittura milanesi che cucinano manicaretti, crescono col sudore nidiate di figli, accolgono un marito scipito (perché non ne parlano mai come compagno di vita) che torna dal lavoro in una casa totalmente e perfettamente in ordine. E, non ultimo, guadagnano uno stipendio decoroso. Spesso sento strillare slogan, in televisione o nei giornali, che tentano di convertire goffamente le donne (e che trovo molto offensivi, ma questo è un altro discorso). Suggerimenti tipo: "Per una volta, metti in un angolo la scopa e fatti bella per una romantica cena fuori..." (il tutto contornato da panciuti cuoricini fucsia), oppure: "Non diventare matta nella lotta contro la polvere: per una volta fatti regalare un trattamento rassodante, il tuo lui ne sarà più contento..." Potrebbero essere segni inequivocabili, questi, che donne simili esistono, che non sono solo il frutto di qualche neo mamma che tenta di pavoneggiarsi con le altre nel suo blog facendo credere di avere ricevuto in dono una giornata interminabile di 50 ore, alla faccia delle sfigate che rimangono stazionarie sulle 24. L'ultimo slogan l'ha trovato mio marito, in una pubblicità per San Valentino (risate a crepapelle seguite da sdegno).
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
Di fronte a tutto questo io mi sento un uomo. Mi sento vicina a certi amici uomini che a quasi 40 anni barcollano tra fallimenti professionali, inquietudini personali, angosce esistenziali, disastri sentimentali e quasi tutti sono disoccupati o sarebbe meglio che lo fossero (forse avrebbero più garanzie). C'è da dire che quando lavoravo a tempo pieno non osavo alzare un dito in casa, lavoravo quasi il doppio delle ore che lavorava lui (con uno stipendio inferiore, porcaccia la miseria). Ora ovviamente la musica è cambiata, ma non sono una brava donna di casa, neppure per sbaglio. La parola casalinga mi fa vomitare. Ogni volta che mi ricordo o mi sento in vena di aspirapolverare la casa (come adesso) sono colta da un raptus creativo e vengo fagocitata da ore e ore al computer, senza rendermene conto, oppure coincide col momento più proficuo per fare una lunga e sana passeggiata col mio cane, o è proprio la giornata in cui ho il turno fisso al rifugio. Le volte che invece mi impongo di farlo, e sviscerando parole turpi e irripetibili pulisco rabbiosamente e meticolosamente la casa, vengo stroncata da un qualche misterioso colpo della strega o attacco di appendicite che poi fortunatamente si rivela un falso allarme. Insomma faccio una gran fatica. Poi ammetto senza grossi imbarazzi di non essere una maniaca dell'ordine e della pulizia e di non essere l'unica dalle mie parti. Certe volte mi è capitato di entrare in casa di persone che si gettavano misteriosamente ai miei piedi, ma non perché d'improvviso mi fossi trasformata nella madonna, semplicemente per offrirmi un paio di logore ciabatte ed evitare che sporcassi o rigassi il prezioso parquet coi miei pericolosissimi tacchi.
L'altro giorno mio marito mi ha spiazzato: gli annuncio il grande evento della pulizia domestica, reiterato in pochi giorni per alcune occasioni speciali e lui esclama, sorpreso e preoccupato: "Anche oggi?Addirittura...ma non stai esagerando??...". Ci sono rimasta quasi male. E ho temuto una metamorfosi in una agguerrita e sfegatata adoratrice del parquet in salotto.
La sera, proprio poco prima di andare a letto, mi sovviene improvvisamente lavandomi i denti di aver dimenticato la lavatrice ancora piena dei panni lavati da almeno 12 ore (e già mi complimento per essermi ricordata di caricarla). Non mi passano per la testa gesti consueti in tutte le altre case, come rifare il letto, e probabilmente altre cose che infatti ora non saprei elencare. Cucinare però mi piace, perché spesso mi invento le ricette e adoro cambiare menu ogni giorno. Quando lavoravo avevamo una pulitrice e stiratrice saltuaria, che poco prima che io rimanessi senza lavoro fortunatamente si era licenziata (non perché non ne poteva più di noi, ma perché aveva trovato un buon posto di lavoro in un albergo). La sera prima del suo arrivo s'innescava una battaglia qui da me per renderle la casa un minimo presentabile, per rispetto verso il suo lavoro infernale. Percepivo di essere un'aliena ai suoi occhi e infatti teneva molto in considerazione (o forse commiserazione?) mio marito, tanto da stirare solo le camicie sue e non le mie (cosa che m' irritava sempre un po').
Spesso vengo colta da atroci sensi di colpa. Vorrei fare molto di più. Non che invidi le wonderwomen, so perfettamente che al posto loro finirei per sgozzare qualcuno, il primo che mi capita a tiro, e per tanti versi non le capisco. Mio marito ieri sera a letto mi fa: "Sforzati di accettarti per come sei." Mi ha molto rasserenato.
Adesso che mi ricordo (e mi sto rassegnando a quello che sono) credo che cercherò di fare pulizia. Sperando che niente si frapponga di colpo tra me e quella maledetta aspirapolvere.
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