lunedì 4 ottobre 2010

Gli altri

Prima di tutto ci sono gli altri, ed è giusto così. Me ne accorsi subito anche se d'altronde era una cosa che fiutavo già da tempo, abituata alla fatidica domanda che fanno tutti, appena si entra in un minimo di confidenza "E tu, cosa fai nella vita?" Frase pericolosissima, temutissima credo da qualunque disoccupato poco soddisfatto della sua identità. Imbarazzante anche, soprattutto quando si è circondati da altre persone che magari ti conoscono, sanno che vita fai, conoscono il tuo grado di disagio e quindi intorno a te cala il silenzio, unico riflettore puntato su di te, gli occhi intorno si fanno felini in attesa della tua risposta, nessuno muove più le labbra per parlare, alcune discussioni rimangono sospese nell'aria come in un fumetto galeggiante, senti il calore degli altri corpi che scalpitano in attesa della tua risposta per vedere se anche questa volta ne uscirai pulito, se saprai destreggiarti in un momento così delicato, col tuo mantello da Amleto e il teschio tra le dita che improvvisamente alza le sue orbite vuote e buie sulle tue e in uno sfregolio di ossicini rotti sibila tra i denti "Sei un fallimento della società!" Perché quasi sempre tutti sfoggiano l'abito del successo e tu difficilmente puoi farlo, a meno che tu non sia la reincarnazione di Vittorio Gassman (a dire il vero ultimamente ho notato dei lievissimi cambiamenti, e me ne compiaccio) e quindi possa sbizzarirti in una ineccepibile recitazione teatrale (certe volte accade e l'ho vista fare, mi sto allenando anch'io).
Questa è la mia esperienza, so che altri si son trovati messi male in pubblico, alle feste, agli aperitivi con gli amici, alle cene di presentazione ai nonni della fidanzata/o. Perché talvolta scende un cupo senso di colpa nell'animo già provato del disoccupato.
La prova del fuoco era arrivata subito per me, senza pietà. Il giorno dopo la mia cacciata dall'ufficio, avevo deciso di godermi i primi attimi di libertà e mi ero incamminata a testa alta col mio fedele e adorato cane per le vie della città vecchia che bisbigliava appena i fervori della giornata. Era orario di inizio lavoro per la maggior parte della gente. Io mi ero svegliata presto, come ogni giorno, alla faccia di chi pensa che un disoccupato sia un nullafacente che dorme tutta la mattina. Con un senso di soddisfazione che permeava il mio organismo pensavo che davanti a me avevo l'infinità del tempo della giornata a disposizione e mi godevo ogni centimetro di libertà col mio cane che trottava al fianco. Nelle nuvole di fumo della sigaretta intravvedevo i progetti appena abbozzati per la vita nuova di zecca ed ecco, a breve distanza, un viso conosciuto che si apre un varco tra la folla. E' la moglie di un amico comune di me e mio marito, qualcuno potrebbe dire un'amica ma sarebbe troppo complicato ora spiegare le sfumature. Le si apre un sorriso sulle labbra mentre mi si avvicina e io contraccambio, anche se dentro di me qualcosa trema e rabbrividisce. Mi rendo conto subito che non è la persona ideale da incontrare in un contesto simile. E' una super donna in carriera, dedita al duro lavoro, probabilmente vittima muta di discriminazione sessuale sul lavoro perché anche mamma ma finge di farcela comunque, ha già sacrificato tutto per la sua posizione anche la figlia in fasce che viene accudita da un'estranea a pagamento, dubito che abbia una vita sua visto che torna a casa solitamente non prima delle 9 di sera completamente stremata, insomma una fedelissima lavoratrice in una grossissima multinazionale (e poi si sa, le donne sono eccezionali per questi ruoli). Neppure il tempo di scambiarsi i convenevoli ("Come va? Come stai?") che subito mi chiede la ragione unica ed intrinseca della sua vita "Vai a lavorare?" A parte che non capisco come faccia a chiedermelo se tengo al guinzaglio il mio cane, che purtroppo di solito non è ben accetto negli uffici. Non mi rassegno al sorriso e le rispondo la verità, "Da ieri non lavoro, non mi hanno rinnovato il contratto." Sgomento e terrore appaiono sul suo viso. La luce dei suoi occhi si fa buio, il sorriso si trasforma in una smorfia di disgusto, le labbra si contraggono all'ingiù e il suo cervello dimentica di dare impulsi alle corde vocali. Dopo qualche attimo riafferra un briciolo di sobrietà gettandomi un 'occhiata di rimprovero, mi saluta e se ne va di fretta, fuggendo a questa mia ingenua confessione inconfessabile di efferatezza inaudita. Come le avessi mostrato le mie mani grondanti sangue.

 Mi  giro e proseguo anch'io, col mio piccolo al fianco che beato lui non si è accorto di nulla.

Nessun commento:

Posta un commento