Nella mia modesta esperienza, potrei dividere gli uomini che lavorano essenzialmente in due gruppi (cosa che mi sembra molto sciocca quanto divertente): il gruppo 1, di cui fanno parte uomini di successo (a me non piace questo termine, mi sa molto di società americana capitalista, ma è per dare l'idea) e il gruppo 2 che comprende quelli più sfigati (neppure questo termine mi piace, ma lo utilizzo sempre per lo stesso motivo). Un gruppo intermedio fatico a trovarlo, almeno tra le mie amicizie, conoscenze, i sentito dire e gli ex colleghi. Nel gruppo 1 ci sono uomini provenienti da famiglie cosidette per bene, che hanno sostenuto e incoraggiato la carriera dei figli e che molte volte hanno spianato loro la strada dall'inizio. Non sempre questo successo è del tutto meritato, in alcuni casi è il frutto di un nepotismo tipicamente italiano e talvolta queste persone, magari ricche sfondate, hanno sacrificato la loro personalità per un posizione sociale di riguardo e quindi da qualche parte, nella loro vita, si annida una certa dose di infelicità (che non ammettono pubblicamente e certe volte neppure a se stessi). Alcuni hanno una vita privata tragicamente inesistente oppure tragica e basta. Un'esigua minoranza è davvero felice (con alti e bassi ovviamente, ma fa parte della vita), si gode la famiglia e il lavoro e ne è orgogliosa. Questi uomini hanno di solito una moglie altrettanto felice e soprattutto realizzata, mai una carrierista. Nel gruppo 2 ci sono infinite sfumature, ci sono i precari, i disoccupati, gli idealisti, i lavoratori sottopagati e sfruttati, i single disperati, gli artisti incompresi, i piccoli imprenditori falliti e via dicendo. Inutile dire che sono una fan sfegatata di questi ultimi e quasi tutti sono miei amici o ex colleghi con cui mantengo i contatti. Mio marito conta amici sia nel gruppo 1 che nel gruppo 2, ma alcuni del gruppo 1 sono frequentazioni assidue (si incontrano una volta alla settimana per i giochi di ruolo, cascasse il mondo). Mio marito però è una categoria a parte (lo so che sembra scontato e molto imparziale...) anche perché fa un lavoro che adora e in cui se la cava molto bene e allo stesso tempo ha molto tempo libero a disposizione e una marea e mezza di vacanze. Non viene divorato da grosse ambizioni se non godersi pienamente la sua vita privata e sperperare soldi in viaggi e acquisti avventati (tutte caratteristiche che amo, a parte qualche tensione sugli acquisti). Quindi mi capita talvolta di trovarmi alle prese con diversi esponenti del gruppo 1. Tutti hanno circa due marmocchi a testa cimentandosi in una specie di gara tra loro sulla riproduzione. Per loro ci sono tappe imprescindibili nella vita che non si sono mai preoccupati di analizzare e che sono carriera - soldi - matrimonio - figli. Se qualcuno non sembra baluardo di queste tappe o non segue l'ordine viene sempre trattato con sospetto misto ad un pizzico di curiosa simpatia, come a dire "Eh eh sei divertente ma non hai capito nulla della vita (o non sei reale ma solo il frutto della mia immaginazione)". Uno degli ultimi ritrovi al quale ho partecipato era una festa di compleanno, ed eravamo in pochi. Partiamo sempre svantaggiati io e mio marito perché non avendo figli per noi gli orari nel weekend sono solo un triste ricordo dei giorni feriali. Per loro un leggero ritardo è il preambolo della fibrillazione, riusciranno a tornare a casa in tempo prima che i bambini inizino a strillare posseduti dal demonio? Quindi arriviamo in ritardo e ci troviamo di fronte allo scenario di sempre: simpatici bimbi che giocano e saltano nel pieno delle loro energie vitali, adulti stremati che tentano di infilarsi in bocca un pugno di cibo e ti lanciano un'occhiata che dice "Eh eh sei divertente ma non sai cosa vuol dire avere figli e non cadere vittima di un attacco isterico durante il weekend (ma quando ti deciderai anche tu a far parte del nostro collasso collettivo?)". Tento di intavolare una conversazione col mio vicino di sedia, un tempo vivace interlocutore e ora ridotto ad un cumulo di materia organica ancora in leggero movimento. Percepisco dallo scintillio dei suoi occhi che vorrebbe comunicare come una volta, nonostante la mutazione in cyborg sia quasi completata. Ma sua figlia sta cercando di accecare la figlia dell'amico con una forchetta di plastica e sua moglie sta calmando le coliche dell'ultimo nato, per cui sarà lui a dover intervenire lasciandomi a metà di una frase (che poi non riuscirò più a concludere) e tra le urla generali. Nessuno riuscirà a fare un discorso più lungo di una manciata di secondi senza doversi interrompere e perdere il filo per sempre, oppure biascicherà qualche sillaba destinata a perdersi nella confusione. Ad un certo punto quello che non è ancora riuscito a proferir parola, un grosso esponente del nepotismo tipicamente italiano, improvvisamente si stacca dal divano nel quale era incollato fino a quel momento e stringendo il suo piccolo tra le braccia in un raptus euforico d'incoscienza esplode: “Vediamoci tutti domani mattina in piazza per un caffè, sarà una giornata piena di sole!” La moglie, che da un bel po' stava raccogliendo un rigurgito di cibo che si espandeva dalla tutina della bambina alla tovaglia, si rianima come folgorata e lo zittisce subito. Gli ricorda che il giorno dopo avrebbe dovuto recarsi in ufficio almeno un paio d'ore (stiamo parlando di una sonnolenta domenica mattina di settembre) e quindi lui sarebbe dovuto rimanere assolutamente a casa a badare ai figli. Conclude delegandogli una serie infinita di incombenze. Il poverino si riaccascia sul divano, sguardo nuovamente fisso sul gigantesco televisore (sempre acceso in queste serate tra amici con prole nella speranza vana di ipnotizzare almeno qualche piccino e diminuire la confusione, che invece si incrementa). Nessuno sembra essersi accorto delle sue parole, un amico stava estraendo la bambina incastrata sotto il tavolo e un'altra allungava un puzzolentissimo pannolino traboccante feci innocenti verso il marito all'altro capo del tavolo e sotto il naso di noi commensali. Poi lentamente arriva l'ora X, di solito le 21.30, tempo di andarsene e mettere finalmente i bambini a letto. Le madri sono impegnate a riordinare il campo di battaglia, si danno consigli sui figli, racimolano i giochi, riempono borsoni di indumenti infantili e bambolotti, qualcuna scopre con ansia una sospetta e improvvisa influenza sulla faccia del figlio, che fino ad un minuto prima era impegnato nel pieno del suo vigore ad arpionarci con un arto di dinosauro. Gli uomini colgono al volo questa possibilità di mettere insieme i frammenti dispersi di conversazione e discretamente si appartano, sperando di non esser sorpresi sul fatto, a parlare sotto voce tra loro e quasi sempre di lavoro. Bisbigliano lamentele sull'inefficienza di qualche dipendente, sulla bastardaggine di qualche pezzo grosso, sulla fitta agenda di impegni per la settimana dopo, si lodano delle proprie vittorie nonostante tutto, illuminandosi in viso come i loro bambini, si voltano verso le mogli indaffarate e le accusano bonariamente di qualcosa, quasi sempre di spassarsela alle loro spalle. Intanto qualche bimbo è caduto in coma tra le braccia della madre, allora il ritmo diventa incalzante verso l'uscita, ci si sussura brevemente un saluto per non svegliare il piccolo che potrebbe inferocirsi e la serata si conclude così, senza essersi detti nulla tutto sommato, senza esser riusciti a stare veramente insieme e senza sapere quando ci si rivedrà.
Getto un'ultima occhiata al salotto che ci ha ospitato, rintraccio in pochi secondi tutti gli indizi che parlano dell'uomo di casa e del suo stipendio. L'enorme televisore che dipinge ancora la stanza dei suoi colori e delle sue forme, ora ammutolito, sarà costato come il nostro viaggio in India durato un mese.
Se volevi indurmi al suicidio, ci sei riuscita.
RispondiEliminaBe' mi dispiace, non lo volevo...e non vedo il perché. D'altronde è una scena molto diffusa, a quanto pare, e secondo le persone che la vivono è impensabile tentare di sottrarvisi.
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